Giandomenico Tiepolo, Scena carnevalesca, particolare

 

Lo avevano piazzato in un mercatino per 15 mila euro, e invece ne vale un milione. Il quadro è “Scena Carnevalesca”, di Giandomenico Tiepolo, figlio del più noto Giambattista, nipote di Francesco Guardi nonché imparentato con  una famiglia antichissima, che insieme a poche altre avrebbe fondato Venezia. Gli autori del furto costituivano una banda molto organizzata, ma con evidenti lacune in storia dell’arte, visto che il dipinto è raffigurato in diversi manuali in materia. Il gruppo di malviventi è stato recentemente sgominato dalle forze dell’ordine, il quadro recuperato ed assicurato al suo proprietario, un collezionista romano.

            Il quadro è datato 1765 e rappresenta, con straordinaria vena satirica, la frivolezza e l’inerzia della Venezia del secondo Settecento,  la stagione delle maschere grottesche, del gioco e del carnevale prolungato. A quel tempo la Serenissima non era più dominante sui mari, ma disponeva di un’economia ancora fiorente. Lo stato veneziano del XVIII secolo si distinse piuttosto per una crescita che per un declino economico, ma l’incremento si verificò soprattutto nei possedimenti della Terraferma. Carlo Antonio Marin, nobile divenuto archivista dopo la conquista napoleonica, dimostrò che a fine secolo il commercio veneziano non era inferiore, per dimensioni e tributi, a quello descritto nel 1423 dal doge Tommaso Mocenigo nel suo celebre discorso.  Ma qualcosa era cambiato. La Serenissima aveva perduto il suo prestigio militare; con la Pace di Passarowitz, infatti, benché avesse sostanzialmente vinto la guerra contro la Sublime Porta, fu costretta dell’alleato austriaco a cedere gran parte dei territori d’oltremare. Era crollata, inoltre, la struttura portante di Venezia. Il vigore marinaro delle grandi famiglie che formavano l’élite mercantile e militare era svanito con l’avvento del benessere; e mentre il patriziato urbano delle città venete, e soprattutto della capitale, convertiva il proprio apparato produttivo in direzione delle industrie di lusso, le grandi fortune cominciavano ad alimentarsi attraverso i beni immobili. Era vero quanto asseriva Marin, ma era altrettanto vero che il commercio non si svolgeva più su navi veneziane.

               Generalmente si utilizza il termine decadenza per indicare le usanze dei veneziani del Settecento. Se potessero sentirci, non ci capirebbero. E’ noto che il carnevale durasse una stagione intera, iniziando alla vigilia dell’Epifania;  ed è vero che la maschera, moreta o bautta che fosse, facilitasse ogni intesa e impertinenza, e consentisse a chiunque una sorta di sdoppiamento della personalità, come rilevato da Adriano Mariuz, che, riferendosi all’umanità della Serenissima nel suo ultimo atto, scrisse: «Amava a tal punto il travestimento che si gloriava di aver rinunciato alla propria identità storica e allegramente bruciava il suo essere nel gioco effimero delle apparenze, moltiplicabili all’infinito; essa aveva barattato la natura con l’artificio. In un simile contesto, aveva successo chiunque, a prescindere dal suo rango e dalle sue ricchezze, sapesse ingannare meglio degli altri». In questo Venezia anticipa, in un certo senso, la società dell’immagine, ma con una differenza: prima o poi uno la maschera se la doveva togliere, mentre nella attuale società non è previsto alcun riscontro. Comunque sia, si deve ammettere che quella umanità andò incontro alla fine con il sorriso; bassetta, faraone e biribissi saranno causa della perdita di intere proprietà mentre la Città, massimo centro operistico del mondo, diventerà la tappa più importante del Grand Tour.  I Veneziani consideravano se stessi raffinati, piuttosto che dissoluti.  E la politica del divertimento pubblico funzionava. Scriverà Montesquieu: «Il popolo veneziano è il migliore del mondo: non c’è bisogno di guardie durante gli spettacoli, e non si odono tumulti né si vedono risse». Simile è l’opinione di Charles De Brosse: «Qui il sangue è tanto dolce che, nonostante l’opportunità data dalle maschere, dal circolare la notte, dalle strade strette e soprattutto dai ponti senza parapetti da dove si può spingere un uomo in mare senza che egli se ne accorga, non si verificano che quattro delitti in un anno; e per lo più solo tra i  forestieri». Davvero poca cosa, rispetto ai quattromila delitti commessi nella città di Roma sotto il pontificato di Clemente VIII, durato 11 anni (1758 – 1769).

            Il quadro rappresenta una giovane aristocratica impegnata in una danza all’aperto, forse in una tenuta di campagna, dove i nobili trascorrevano “la villeggiatura”.  Un uomo con un lungo mantello accenna dei passi, mentre tutto attorno dame e cicisbei, alcuni dei quali provvisti di maschera, suonano o sono impegnati in liete conversazioni. E’ la società di Giandomenico Tiepolo, colta con sensibilità e umorismo. Nulla è più leggero del volteggio della ragazza, nessun rimando alla fatica e al travaglio dei mortali. Il pittore vorrebbe sospendere il tempo della spensieratezza, ed adegua i colori al suo intento; è un’arte delicata, la sua, una cosa per spiriti raffinati.

            Curiosamente, fu proprio lo zio di Giandomenico a posare la prima pietra del mito opposto a quello della frivolezza: quello della civitas melancholica.  Si è scritto che con la Gondola sulla laguna  Francesco Guardi abbia inaugurato un’epoca nuova, tormentata, riflessiva sui destini dell'uomo. Con un tocco libero e naturale, un'estrema economia dei mezzi, il colore espressivo ed i contorni sfumati, il pittore sembra lasciare trasparire il sentimento della decadenza di Venezia. Guardi è un pittore "coniugato al futuro". Di lui si dice, spesso a sproposito, che sia stato il battistrada degli impressionisti e lo si colloca, per comune sensibilità, accanto a Byron e Shelley. Forse non è così, ma bisogna ammettere che questo eccelso pittore colse, come solo i geni sanno fare, quegli elementi che sono nell'aria, ma che ai più sfuggono; insomma, se non precorse gli impressionisti, di certo presagì i sentimenti di un'epoca a venire.

Tornando alla cronaca, bisogna sempre prestare la massima attenzione, quando si parla d’arte, a non fare troppo gli spavaldi. La cantonata è dietro l’angolo. La stampa italiana, per esempio, ha ironizzato sull’ignoranza dei ladri, che invece andrebbe benedetta. Salvo, poi, pubblicare il quadro sbagliato: il “Minuetto”, felicemente custodito al Louvre di Parigi.

 

Marco de' Francesco

 

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