Uno
Io sono votato alla tristezza. Davvero, sono nato per soffrire. Il giorno in cui venni al mondo – era l’inizio di primavera – si scatenò sulla mia città la più potente e memorabile nevicata fuori stagione dell’ultimo secolo. Vennero giù diversi tetti, il governo diffuse un allarme di “calamità naturale”. Ecco cos’ero: una calamità naturale. All’età di cinque anni quasi cavai un occhio al mio cane con una matita. Ma lui era talmente fedele che nemmeno ringhiò: il giorno dopo i miei genitori lo diedero via, o forse lo uccisero. Piansi per tre settimane, digiunai quasi per una. Pochi anni più tardi la maestra mi disse che se avessi ancora chiacchierato con il mio vicino di banco me l’avrebbe “fatta pagare”. Testuali parole. Ne fui talmente spaventato che non rivolsi parola ad anima viva per sei mesi. Dovettero mandarmi dallo psicologo infantile. Al termine del ciclo di sedute avevo ricominciato a parlare, ma in compenso avevo sviluppato una serie di paure ben più preoccupanti: claustrofobia, agorafobia, insettofobia, insonnia, crisi di soffocamento e forse anche un po’ di stitichezza. Che però passò subito. Da adolescente non ebbi mai il coraggio di tentare un approccio con alcuna ragazza – sebbene l’universo femminile, a differenza di quanto cominciarono a pensare i miei genitori, mi interessasse eccome. Diedi il mio primo bacio all’età di diciannove anni. Quattro anni più tardi feci anche il passo successivo, con la persona che poi sarebbe diventata mia moglie. Sono sempre stato inappetente, mingherlino, scarso in matematica e ora che ci penso credo di avere anche una calvizie incipiente. Sono votato alla sofferenza e sempre lo sarò. Ed è per questo motivo che ho deciso di fare il pubblicitario: la pubblicità è bella, è allegra, è piena di colori e parole ricche di gioia – come “nuovo”, “finalmente”, “attesissimo”, “migliore”. La pubblicità offre un modo inedito di vedere le cose, più dinamico e positivo. Non obbliga: consiglia. E ti ringrazia in anticipo.
- Eccetera eccetera… - esclamò il Ministro con le lacrime agli occhi, battendo il pugno sulla scrivania. Tra l’indice e il medio stringeva una sigaretta ultrasottile, che in seguito all’urto esplose in una miriade di effimeri lapilli. - È davvero… uhuhu… esilarante. Ma come le è venuta questa idea? È il curriculum migliore che mi sia mai capitato di leggere. Davvero.
- La ringrazio, eccellenza, - rispose Federico, un po’ imbarazzato. - Posso chiederle solo una cosa?
- Ma si capisce, tutto quello che vuole! Uhuhu, “soffrivo di stitichezza”…
- Dove l’ha trovato? Intendo dire, sul mio website c’è il mio vero curriculum. Quella è una presentazione che scrissi per una festa di pensionamento di un collega molti anni fa. Pensavo di averla distrutta. Si trattava di uno scherzo.
- Ahaha! E invece no! Sa come si dice: nel web nulla si crea e nulla si distrugge. - Aspirò una boccata di tabacco, osservando la carta della sigaretta che lentamente bruciava trasformandosi in cenere e fumo. - Diciamo che per un lavoro di questo genere avevamo bisogno di conoscere i candidati fin nei minimi e apparentemente insignificanti dettagli.
- Ma come ha fatto? - insistette Federico, preoccupato. Si chiese se sapessero davvero tutto su di lui.
- Vede, qui abbiamo i nostri metodi, - tagliò corto il Ministro, facendosi più serio. - Nulla può essere lasciato al caso.
- Capisco.
Si creò uno strano silenzio. Federico ripensò a tanti anni prima, quando conobbe un tale che disse di aver letto una ricerca a proposito delle pause nelle conversazioni. Una ogni sette minuti, in media. Da quella sera Federico aveva spesso utilizzato l’aneddoto come metodo spiritoso per interrompere le stesse pause nelle conversazioni. In quel momento, però, gli sembrò un’idea decisamente inopportuna.
- Ma non mi direte che mi avete scelto solo per quello.
- Certo che no, signor N, certo che no. I suoi lavori, - disse il Ministro, estraendo da una cartellina di pelle alcune fotografie che Federico stentò a riconoscere. - I suoi lavori sono davvero eccellenti. Pieni di ironia. Di leggerezza. Direi che possiedono una particolare grazia. Soprattutto considerato che si tratta di pubblicità. E per di più – non si offenda – pubblicità di robaccia: detersivi, automobili per proletari, società di credito finanziario. Roba buona per il popolino, diciamoci la verità.
Federico decise di non replicare: non poteva permettersi di parlare troppo liberamente. Ancora doveva capire come poteva essere capitato lì.
- È un vero peccato che l’elite del mondo pubbliciatario non si sia ancora accorta di lei.
- Ma è proprio questo il punto, - intervenne Federico. In quell’istante percepì la vibrazione del cellulare nella tasca della giacca, ma decise di ignorarla. - Non riesco a capire come mai la Comunità si sia rivolta ad uno come me. Non sono certo il migliore nel mio campo, né il più richiesto.
- No, lei non è il migliore. Lei ha talento, ma c’è chi ha più talento e più visibilità di lei.
Federico cominciò a spazientirsi per quella serie di considerazioni poco edificanti sul suo conto. Inoltre era piuttosto innervosito dal cellulare che non la smetteva di vibrare. Il Ministro se ne accorse, e ricominciò ad adularlo, ma stavolta con un tono diverso, più definitivo.
- Ma c’è qualcosa, in lei, che nei suoi colleghi più celebri e affermati è ben difficile da trovare. Una qualità rara ma fondamentale per un pubblicitario.
- Ovvero?
- Ovvero la necessità.
Federico non capì.
- Vede, lei ha un bisogno disperato di ciò che sto per proporle, anche se forse ancora non lo sa.
- Senta, signor Ministro, - rispose, facendo il gesto di dirigersi verso l’uscita. Quello studio lussuoso situato al decimo piano sottoterra del palazzo della Propaganda cominciava a trasmettergli una spiacevole sensazione di chiuso. Si allentò impercettibilmente il nodo della cravatta. - Se si riferisce ai soldi si sbaglia di grosso. Non sono ricco, ma il mio lavoro lo faccio bene e posso permettermi un certo tenore di vita. Se mi ha chiamato solo per coprirmi di insulti e darmi del morto di fame può anche andare… può anche scordarsi la mia collaborazione.
- Si calmi, per piacere. Si calmi, - disse il Ministro, indicando la sedia con un’espressione contrariata. - Prego, torni al suo posto. Non avevo intenzione di insultarla, mi creda.
Federico decise di dargli un’ultima possibilità.
- Quando dico che lei ha un bisogno disperato di ciò che sto per proporle mi creda: non lo dico a caso. E so perfettamente che lei non ha bisogno di soldi. Gliel’ho detto, sappiamo tutto sul suo conto. Per esempio sappiamo che quella sciocca presentazione contiene qualche invenzione ma molte verità. Chi è che diceva che i motti di spirito sono la chiave per capire realmente il carattere delle persone?
- Non so. Freud?
- Non lo so nemmeno io, ma non è questo il punto.
- Lo sospettavo.
Il Ministro schiacciò la sigaretta contro il fondo del posacenere.
- E adesso, per favore, torniamo a parlare di affari.
Due
Il pomeriggio autunnale virava rapidamente verso una sera fredda e umida. Erano più o meno le cinque, la città si apprestava a vivere le sue dodici ore di buio quotidiano. Uscita da scuola dopo le lezioni pomeridiane, Paola si diresse rapidamente verso casa. Saltò sulla bicicletta rossa che aveva ricevuto qualche anno prima per un compleanno importante - forse erano i trent’anni, o forse si trattava del regalo che suo marito le aveva fatto quando era diventata insegnante di ruolo - e cominciò a pedalare con tutta la forza che aveva nelle gambe. “Ora non mi fermo nemmeno al rosso”, pensava all’approssimarsi di ogni incrocio, salvo poi cambiare idea all’ultimo momento. “Ora mi sdraio sulle rotaie del tram e aspetto che mi travolga”, si ripeteva ad ogni fermata che incontrava, salvo poi ripensarci alla vista di tutta quella gente in attesa che avrebbe provato disgusto di lei e non sarebbe potuta tornare a casa in tempo per la cena. “Ora comincio a pedalare ad occhi chiusi”, si riprometteva ad ogni pedalata, salvo poi sbirciare di nascosto ciò che la circondava per non andare incontro a pericoli. Ma quando riapriva gli occhi il sottile velo di lacrime che nel frattempo vi si era formato le impediva davvero per un istante di vederci, facendola sussultare. Cercava di non piangere, di non dare spettacolo.
Era da un paio di mesi che le cose avevano preso una brutta piega, e lei non aveva ancora trovato la forza di reagire. Di parlarne a qualcuno, di confidarsi, o addirittura di sporgere denuncia. Tutto ciò cui riusciva a pensare era che voleva sparire. Sparire senza sofferenza, senza dolore. Spegnersi, volatilizzarsi. Ma ogni mattina, specialmente quando si svegliava, sola in quell’enorme letto a due piazze, si rendeva conto che sarebbe iniziata un’altra giornata come la precedente, e che il suo corpo attraente e giovanile non si sarebbe affatto smaterializzato. Se voleva risolvere la situazione avrebbe dovuto agire. Fare. Parlarne con qualcuno. “Oggi è il momento giusto”, pensò, quando finalmente scorse casa sua. “Lui saprà cosa consigliarmi. Risolveremo insieme questo problema”. Legò la bici al palo che stava di fronte al portone del suo palazzo ed entrò nell’androne. Ogni giorno la custode era lì, immobile come una pianta. Sembrava che il suo accento dell’est si facesse più evidente di giorno in giorno, invece che diminuire come ci si sarebbe potuto aspettare. “Se me lo chiede la ammazzo. Lo giuro. Se me lo chiede la ammazzo. Se me lo chiede”.
- Signora, tutto bene? Come stanno oggi i bambini?
Paola trattenne il fiato per un secondo, stringendo i pugni nelle ampie tasche del suo cappotto marrone.
- Bene tutto bene arrivederci.
- Oh che bello! Arrivederci signora, buona serata.
“Va bene, non la ammazzo. Per oggi non la ammazzo. Però un giorno giuro che glielo chiederò. Signora, lo fa apposta quell’accento? Lo fa per sentirsi ancora legata al suo paese? E allora se ci tiene tanto al suo paese perché non ci torna? Così magari la smette di fare domande idiote alla gente che lavora”.
Entrò in casa. “Perché non la vedo mai pulire le scale? Chi le pulisce quelle maledette scale? Ammesso che qualcuno le pulisca”.
Si tolse le scarpe, massaggiandosi per un istante i piedi indolenziti dal freddo e dalla frenetica pedalata. “Perché la paghiamo?”
Si spogliò, indossando una comoda tenuta da casa che osava mettere soltanto quand’era da sola. “Ora basta, sto diventando razzista anch’io”.
Si sciacquò il volto, struccandosi sommariamente. “Devo chiamarlo”.
Si sdraiò sul divano del salotto, così morbido e accogliente che le fece finalmente provare un istante di piacere, il primo della giornata. Compose il numero. “Voglio vivere su questo divano per sempre”. Il segnale dava libero. “Rispondi”. Fuori cominciò a tuonare. “Rispondi, ti prego”. Grandine. “Rispondirispondirispondirispondirispondi”. Dieci squilli. “Rispondi”. Dodici squilli.
Si addormentò sul divano, pensando a cosa avrebbe potuto cucinarsi per cena. Mangiare sola non le era mai piaciuto. Il telefono continuò a squillare, finché dall’altra parte il tu-tu non si fece più veloce, decretando una volta per tutte che la telefonata non avrebbe avuto luogo.
Tre
Federico chiuse dietro di sé la porta dell’ufficio, chiedendosi se ciò che aveva appena sentito potesse avere un senso o se fosse tutto un grande scherzo architettato ai suoi danni. Eppure… l’albergo, il volo pagato, quell’ufficio così elegante. Giunse presto alla conclusione che dovesse essere tutto vero, per quanto incredibile. Camminò senza fretta tra gli alti edifici della Capitale. Tutto quel vetro, quell’acciaio. Era già buio. Si chiese se anche a casa il sole se ne fosse andato così presto. No, forse no, d’altronde casa sua era molto più a sud. Ma no, cosa c’entra, avrebbe senso se fosse più a ovest. Lì il sole tramonta dopo. Ma casa sua, la sua città, non era più ad ovest. Anzi, forse era persino un po’ più ad est. Pertanto concluse che da quelle parti dovesse essere altrettanto buio, ma forse un po’ più caldo. Pensò di chiedere conferma direttamente a Paola. Non era riuscito a sentirla per tutto il giorno. Prima perché lei era al lavoro – insegnava ogni mattina e il pomeriggio fino alle cinque – poi perché quella riunione si era protratta così a lungo che il pomeriggio era volato via. E al decimo piano sottoterra non era certo facile accorgersi del passare del tempo. Estrasse il telefono cellulare dalla tasca interna della giacca. La batteria era completamente scarica. “Se non avesse squillato per un’ora di seguito…”
Proseguì verso l’albergo a sette stelle che la Comunità gli aveva prenotato. Tre notti di assoluto relax completamente gratuito, comprensivo di pasti, sauna, palestra e massaggi. Per non parlare della piccola ma confortevole sala cinematografica interna che trasmetteva film in prima visione. Ovviamente anche lì l’ingresso era gratuito. Pensò a quella volta in cui lui e Paola si erano intrufolati di nascosto in una sala del centro per vedere a sbafo un film di… Di chi? Non si ricordava.
Passeggiò ancora, indeciso se scegliere la strada più corta e tornare presto in albergo per chiamare casa oppure godersi la solitudine e le luci della Capitale, che così di rado gli capitava di frequentare (era un pubblicitario di provincia, se ne rendeva conto). Optò per la seconda scelta, sentendosi come quei personaggi dei libri dell’800 che vagano per le strade senza una meta precisa, solo perché sono ricchi e hanno tempo da perdere. Come si chiamavano? La stanchezza cominciava a farsi sentire. Decise di affrettare il passo. Aveva sentito dire che da qualche anno la Capitale era diventata piuttosto pericolosa di notte. Orde di proletari armati che giravano in camioncini blindati non si facevano troppi scrupoli ad ammazzare la gente per qualche spicciolo. Almeno così si diceva. Così come si diceva che dormissero nei tombini: colpa della politica di incoraggiamento demografico degli anni passati. Colpa di quella guerra che da almeno dieci anni non si decideva a scoppiare. Colpa degli asiatici, che avevano capito di poter vincere senza bisogno di ricorrere alla violenza. “Ecco, sto diventando razzista anch’io”, pensò, dirigendosi verso la hall. Tutto quell’oro, quei marmi. Forse era l’albergo più lussuoso dell’intera Unione. N si era sempre ritenuto un progressista, ed entrare in un luogo del genere con la mente carica di simili pensieri lo fece sentire in colpa. Forse fu per quel motivo che, nonostante i nove piani che lo attendevano, decise di prendere le scale invece dell’ascensore. Almeno non si sarebbe trovato faccia a faccia con quel proletario il cui unico, umiliante compito nella vita era schiacciare i bottoni corrispondenti ai piani delle camere dei clienti. Camere che nemmeno con cent’anni di stipendio si sarebbe potuto permettere. “Cent’anni…”, pensò N. “Ecco, nonostante tenti di distrarmi la mia mente mi riporta vigliaccamente al punto di partenza”. Cosa sarebbe accaduto di lì a cent’anni? Si chiese, alzando la cornetta del telefono.
Telefonate a carico dell’Unione, ovviamente.
Ma dal ricevitore emerse solo un tu-tu veloce e inesorabile. “Si sarà dimenticata di riagganciare”, pensò. “La chiamerò domani”. Schioccò le dita e le luci si spensero.
Quattro
La sveglia suonò come tutte le mattine alle 8 meno un quarto. Aprì gli occhi e si accorse di non essere svanita. “Accidenti”, pensò.
Dopo la tazza di caffè nero che rappresentava la sua intera colazione (ma senza la quale non sarebbe potuta nemmeno uscire di casa, se non voleva andare incontro a nausea e mal di testa) provò ancora a chiamare suo marito: stavolta il telefono era spento. Si arrese dopo tre tentativi.
Venne il momento di scegliere i vestiti. Neri, oggi. E pesanti, anche se non fa ancora troppo freddo. Maglione di lana un po’ largo, pantaloni a vita alta e il solito cappotto. “Se è ancora lì a non fare niente giuro che l’ammazzo. Stavolta non scherzo”, pensò uscendo dall’ascensore. Era lì.
- Buongiorno signora, e buona giornata. Mi saluti i bambini.
- Buongiorno, - rispose lei frettolosamente. Poi si fermò per un istante. - E comunque non sono bambini, hanno dai quattordici ai sedici anni, sono adulti ormai.
- Che carini, - rispose la custode, non capendo. Aveva non più di quarant’anni, ma secondo Paola era rincoglionita come un’ottantenne con l’Alzheimer.
Inforcò la bici e si diresse verso la scuola, cercando di percorrere la strada più lunga e trafficata. Alle nove in punto era di fronte al portone d’ingresso – verde, in pesante ferro arrugginito. “Accidenti”, pensò, “nemmeno volendo riesco a fare tardi”.
Entrò in aula stringendo il registro contro il petto. Dalla borsa spuntava la copia di Mrs. Dalloway che aveva già letto decine di volte, ma che portava sempre con sé, come si trattasse di un amuleto. L’aveva comprata su una bancarella ai tempi dell’università: lo lesse in tre giorni e divenne il suo romanzo preferito. La copertina in cartoncino molle era sul punto di staccarsi, e gli angoli della maggior parte delle pagine erano irreversibilmente piegati all’insù. Di solito Paola aveva una cura quasi maniacale per la sua roba, ma aveva troppo bisogno di quel libro per potersi occupare del suo aspetto estetico. Un paio d’anni prima, comunque, aveva comprato un’altra edizione dello stesso romanzo – cartonata, con note e apparato fotografico – che aveva diligentemente riposto nella libreria del salotto, e che da lì non s’era più mossa. Il primo bigliettino d’amore che aveva scritto a Federico, durante l’ultimo anno di università (pochi mesi dopo averlo conosciuto, circa un anno dopo aver letto per la prima volta Mrs. Dalloway), consisteva nella seguente citazione tratta dal romanzo: Era una bambina che, tra i genitori, tirava il pane alle anatre, e insieme era una donna adulta che andava incontro ai genitori sul lago, con tra le braccia la vita che, appena li avvicinava, le cresceva sempre più grande tra le braccia, finché diventò una vita intera, completa, e lei la mise giù dicendo «Ecco che cosa ne ho fatto! Ecco!». Che cosa ne aveva fatto? Già, che cosa?
“Non è una frase molto romantica”, aveva pensato porgendogli il biglietto, “ma tanto vale che mi conosca davvero”.
Cinque
“Gli alberghi non sono luoghi confortevoli”, pensò N lavandosi i denti. Non riusciva a sentirsi a suo agio in un posto del genere. Così come non era mai riuscito a sentirsi a suo agio negli ostelli da quattro soldi – pieni di scarafaggi e senza alcun comfort – che da giovane, quando era ancora un proletario, era stato costretto a frequentare. “Se lo sapessero mi caccerebbero via a pedate da questo posto”. Sputò il dentifricio nel lavandino. Il colore rosso acceso del sangue che vi si era mischiato lo fece destare dal torpore che ancora non lo aveva abbandonato dalla notte. “Sono una spia nel territorio dei padroni”, si disse con orgoglio. “E come si trattano bene! L’arredo di questo bagno deve costare più della mia intera casa”. Pensò a quanto aveva guadagnato negli ultimi anni, e pensò a quanto avrebbe potuto guadagnare ora. A cosa avrebbe potuto guadagnare ora. Una volta appurato che, data l’ora, era troppo tardi per chiamare Paola, che sicuramente si trovava già al lavoro, decise di uscire e dedicare la mattinata alla riflessione. D’altronde non aveva molto lavoro in arretrato, e l’Unione gli aveva dato solo dieci giorni di tempo per prendere una decisione definitiva.
- La necessità, - aveva detto il Ministro. - La necessità.
E aveva ragione. Credere a ciò che doveva vendere. Crederci davvero, con tutte le forze che aveva in corpo. Un’idea a cui aggrapparsi, una speranza. Mezza speranza, in realtà. Una speranza intera non gli sarebbe mai stata concessa. Non in questo mondo, non in questa epoca. Mezza speranza è già molto più di quanto la maggior parte delle persone può anche solo sognare. Eppure. Eppure come sarebbe cambiata la sua vita? Il suo rapporto con sua moglie? Con la sua famiglia? Con i suoi figli, se mai ne avesse avuto qualcuno? C’era un tempo in cui Paola non parlava d’altro, e in cui cercava costantemente di convincerlo a decidersi. Uno, due, dieci bambini. Adesso ce lo possiamo permettere, diceva. Eppure i tempi non erano mai maturati, almeno per lui. Ora anche Paola sembrava essersene convinta, e da qualche mese aveva smesso di insistere. Forse era la paura. Le guerre, la fame, i cambiamenti climatici. Molte coppie avevano rinunciato ad avere figli per via di tutto ciò che di imponderabile esisteva nel mondo. Forse anche lei si era adeguata ai tempi. Sembrava così antica – l’eroina di un romanzo dell’800 – quando diceva di voler crescere tanti figli. Nessuno lo diceva più da vent’anni. Era come parlare ancora di comunismo, o di teatro. Tutte cose che il tempo aveva oramai reso irrimediabilmente obsolete e, agli occhi di molti, persino nocive, in quanto portatrici di una visione del mondo vecchia e scollata dalla situazione attuale.
Dieci giorni per pensarci, non uno di più. La necessità, certo, ma perché l’Unione non era in grado – o non voleva – essere un po’ più generosa? Fare un altro piccolissimo passo in direzione di quell’insignificante pubblicitario di provincia? Il Ministro era stato irrevocabile.
- Questa offerta è rivolta a lei e lei soltanto. Non si faccia illusioni e non chieda altro, - aveva ripetuto più di una volta.
Dieci giorni. I primi due li avrebbe passati nella Capitale tra gli agi e gli ozi dei ricchi. Forse gli sarebbe servito per chiarirsi le idee. D’altronde stare in mezzo ai privilegiati gli avrebbe permesso di immaginare cosa sarebbe stata la sua vita una volta diventato anch’egli un privilegiato. E non un privilegiato qualsiasi. Non un parvenu. Non un nobile. Ma un vero semidio. Un immortale. Come pochi ce ne sarebbero stati. Quando, pochi mesi prima, era trapelata la notizia, Federico e Paola, sdraiati di fronte al televisore, si erano fatti una grande risata pensando a quanto non si sarebbero mai potuti permettere. Un po’ come la volpe e l’uva. Loro quella cosa proprio non la volevano, e compativano chi era disposto a dilapidare intere fortune per qualche anno di vita in più. Qualche anno. Insomma, piuttosto qualche decennio. Otto decenni, per la precisione. Da quando la speranza di vita era drasticamente calata per via delle Nuove Malattie, delle guerre e dei cambiamenti climatici nessuno aveva più pensato alla durata dell’esistenza. In un certo senso si era tornati al passato, al tempo in cui si viveva giorno per giorno perché il domani era troppo incerto. Oggi la peste non c’era più, ma le Nuove Malattie create in laboratorio erano più contagiose di qualsiasi patologia mai esistita in passato. Certo, la cosa riguardava quasi esclusivamente le zone calde, ma ogni tanto qualche soldato riusciva a scappare dal patibolo e scatenava focolai in mezzo mondo. Ci volevano mesi per riportare la situazione alla normalità. Per non parlare degli uragani che avevano spazzato via le città costiere di tutto l’emisfero boreale. E gli attentati. “Strano che da quando sono nella Capitale non sia ancora esplosa nemmeno una bomba. Mi piacerebbe assistere a un vero attentato”, pensò Federico. Forse l’Unione era riuscita davvero, stavolta, a sconfiggere i terroristi.
No, chi ci credeva più oramai.
La vera bomba era scoppiata pochi mesi prima. Nemmeno un anno. Da un laboratorio nascosto chissà dove – chi diceva nel deserto dell’Arizona, chi in una piattaforma sull’oceano Pacifico, chi in Siberia – a tutte le testate giornalistiche del pianeta. Nel giro di nemmeno mezz’ora. Ce l’avevano fatta. Una semplice compressa e la vita si sarebbe allungata di otto decenni, mese più mese meno. Dai sessant’anni di partenza si sarebbe arrivati dunque ai centoquaranta. Centoquarant’anni! Lo sport nazionale, praticato durante le cene tra amici, durante i lunghi viaggi in treno o anche sotto le coperte, dopo aver fatto l’amore, era diventato immaginare come si sarebbe potuto impiegare tutto quel tempo.
- Io leggerei tutti i libri del mondo.
- Io visiterei ognuno dei sedicimilanovecentoundici stati attualmente sulle cartine (ovviamente questo pensiero variava a seconda di quanti stati erano presenti nel mondo in quel momento).
- Io imparerei a suonare tutti gli strumenti.
- Io cercherei di scoparmi almeno diecimila ragazze.
- Io.
- Io.
- Io invece.
Ma solo un’esigua parte di questi “io” avrebbe potuto davvero realizzare i suoi sogni. Circa il 3 per cento della popolazione mondiale. Petrolieri, capi di stato, prelati, militari di altissimo rango, qualche industriale, qualche pop star, un paio di sceicchi, il re d’Inghilterra e pochi altri.
Federico e Paola ovviamente non facevano parte dell’esiguo numero di fortunati.
Dieci giorni. In dieci giorni Federico avrebbe dovuto decidere se entrare a farne parte oppure no. Naturalmente senza Paola.
Sei
Come previsto cominciò a percepire qualcosa. Una mano, fredda e umida. La schiena le si irrigidì all’istante, portandola verso una posizione scomoda e militaresca. Era sempre quella la reazione. Tutto il suo corpo si faceva duro e teso come una corda di violino. Le riportava alla memoria la sensazione che aveva provato per alcuni mesi da bambina, quando era stata costretta a portare il busto. Non riusciva nemmeno a muovere la testa, né a pronunciare parola.
La mano penetrò da dietro. Sollevò delicatamente lo spesso maglione di lana e si infilò nello stretto spazio tra il fondo della schiena e l’orlo dei pantaloni. La sentì fredda e pungente come uno spillo. Era una mano autunnale. Cominciò a scendere. Giù, verso le mutandine. Ora la poteva sentire sfiorare la parte superiore delle natiche, in un movimento circolare, parodia di una carezza. Sulla coscia destra ne spuntò un’altra, che andava su e giù dal ginocchio al fianco. Questa era più rozza, pesante. Forse era la prima volta che quella mano grassoccia sfiorava il corpo di una donna – sebbene attraverso uno spesso strato di calze e pantaloni. Lei continuò a comportarsi come se nulla fosse. La prima mano procedeva nella sua lenta ma inesorabile discesa verso il basso, verso quello stretto buco che l’attirava come una calamita, mentre altre due mani, più grosse – forse era solo un’impressione – le si posarono senza troppi preamboli sui seni. Li strizzavano da dietro, con decisione, talvolta concentrandosi sul capezzolo (solo pollice, indice e medio), talvolta spaziando su tutta la superficie disponibile. Lo spesso reggiseno che sosteneva il suo petto sembrava non essere un deterrente molto efficace.
Quattro mani.
Ne aspettava una quinta, continuando il suo lavoro con ostentata indifferenza. Una quinta che sperava sarebbe giunta al più presto, perché finalmente le avrebbe dato la forza di reagire. Nessuna donna avrebbe potuto subire un’umiliazione simile senza avere una reazione. Nemmeno lei, nonostante tutto. La prima mano aveva finalmente raggiunto il tanto anelato obiettivo, che Paola cercava di rendere inaccessibile spingendo sulla sedia di legno con tutto il suo peso – facendola scricchiolare. La seconda si era stufata di andare su e giù per la coscia. Le mani sui seni continuavano invece la loro esplorazione. Lei continuava a parlare ad alta voce, come se nulla stesse davvero accadendo. I pochi che ancora la ascoltavano avevano ora una faccia disgustata e accusatoria, come se la colpa di quella situazione fosse di chi la permetteva senza reagire. Gli altri ridevano, o fumavano, o giocavano a carte. Paola ricominciò a pregare di svanire nel nulla. Si vedeva travolta in bici da un bus a due piani. Si vedeva bianca e morente in un letto d’ospedale. Scomparire. Polverizzarsi. Si morse con gli incisivi il labbro inferiore, sempre più forte, finché non cominciò a sentire in bocca il sapore acido e ferroso del proprio sangue. Tornò la seconda mano. Ma questa volta non prese a muoversi su e giù lungo la coscia, come prima. Questa volta si concentrò sulla parte superiore della gamba, spingendosi gradualmente verso l’interno. In poche mosse decise arrivò a sfiorare il centro perfetto del corpo dell’insegnante. Cominciò a premere. Con due sole dita, sempre più forte. Paola trovò la forza di staccare le sue mani dal libro di testo su cui si trovavano e sbatterle entrambe con violenza sulla cattedra. Per la prima volta da parecchi minuti aprì gli occhi. Il suo corpo fu immediatamente libero.
- Andate a posto! - gridò con il fiato che le era rimasto in gola. Ma le ultime sillabe si trasformarono in un pianto soffocato (il segnale segreto che, camuffato, una generazione passa all’altra è l’odio, il disgusto, la disperazione).
Corse fuori dalla stanza, decisa finalmente a parlare. “Adesso basta, adesso basta, adesso basta”, continuò a ripetersi lungo il tragitto che divideva la sua aula dallo studio del preside. Da quasi ogni stanza proveniva una spessa coltre di fumo – tabacco, sigari, erba – che le offuscava la vista e le impediva di smettere di tossire. Nel corridoio l’inserviente era occupato a cancellare scritte oscene da un muro. Paola ne contò almeno tre che avevano lei come oggetto. Insegnava in quella scuola da cinque anni. Ne aveva trentadue.
Sette
La necessità, aveva detto il Ministro della Propaganda.
Credere in ciò che si vuole offrire. Avere bisogno del prodotto che si deve vendere. In un certo senso è la situazione ideale per chiunque si occupi di pubblicità.
- Ma non mi avrete mica scelto solo per questo? - aveva chiesto al Ministro nel suo studio, dieci piani sotto terra.
- Be’, ci sono stati anche altri motivi determinanti, questo è certo, - aveva risposto lui, accendendosi un’altra sigaretta ultrasottile. - I suoi lavori, per esempio, ci sono sempre piaciuti. E poi lei ci sembra una persona a posto. Un proletario che è diventato borghese in così pochi anni non può che…
- Voi sapete che ero un proletario?
- Certo, le ho già detto che noi sappiamo tutto. Altrimenti non saremmo qui, le pare?
Tutto fu più chiaro quando gli vennero riferite le modalità di pagamento, pensò Federico dirigendosi verso il centro. La Capitale era una città per padroni. Per legge era vietato impedire ad alcuna classe sociale di entrare in determinati luoghi – alberghi, ristoranti, locali notturni. Ma il modo più semplice per aggirare il divieto era alzare i prezzi a dismisura, in modo che solo i più ricchi potessero frequentare i posti migliori. “Fortuna che posso cenare in albergo”, si disse osservando un menu esposto fuori da un ristorante. Un pasto gli sarebbe costato quasi quanto il suo stipendio mensile. “Ma come fanno questi locali a essere sempre così pieni, se i padroni sono solo il cinque per cento della popolazione mondiale? Che siano concentrati tutti qui?”. Tirò dritto.
- Una dose della Cura.
Una retribuzione semplice e priva dei rischi della svalutazione del denaro: ottant’anni di vita. Non male. Se solo avesse potuto darne la metà a Paola! Quarant’anni a testa sarebbero stati più che sufficienti. Non avrebbero nemmeno più dovuto occuparsi delle spese mediche. Da quando la sanità pubblica era stata abolita, una decina d’anni prima, curarsi era diventato sempre più difficile. Morire di malattie banali invece non era mai stato tanto normale. Una polmonite, una cirrosi trascurata, un’infezione. Tutti conoscevano almeno una persona morta per una patologia perfettamente curabile.
- Una dose della Cura.
Cura con la C maiuscola. Il rimedio definitivo, l’unico e il solo. La pietra filosofale. Il capo dell’equipe medica che l’aveva escogitata era attualmente candidato a Presidente dell’Unione. Era uno scienziato, forse ci si sarebbe potuti fidale. Aveva promesso il suffragio universale, esteso anche ai proletari. Aveva promesso più assistenza sociale. Sotto certi aspetti era un progressista. Ma aveva anche promesso di cacciare, se necessario con la forza, tutti gli immigrati clandestini dai confini dell’Unione. Aveva promesso l’embargo commerciale per i paesi asiatici e africani, la cui perenne crescita economica non faceva che danneggiare l’Unione. Nessuno sapeva spiegarsi come sarebbero potuti sopravvivere i proletari senza i prodotti a basso costo provenienti dal Pakistan e dal Sudan. Aveva promesso di debellare la microcriminalità urbana. Aveva promesso che l’incubo del terrorismo sarebbe definitivamente tramontato.
- Una dose della Cura.
Certo, così l’Unione avrebbe risparmiato anche un bel po’ di soldi. La commissione di una campagna pubblicitaria di quelle dimensioni – video promozionali, enormi cartelloni stradali, volantini, intere pagine di giornale, un perenne martellamento sul web – sarebbe costata parecchi milioni. Una semplice pastiglia avrebbe invece risolto la situazione. Un semplice sorso d’acqua e tutti sarebbero stati contenti: il pubblicitario (che aveva l’obbligo di non riferire a nessuno le modalità di pagamento, pena la condanna a morte), l’Unione, i nove miliardi di cittadini cui sarebbe arrivato questo inedito e coloratissimo messaggio di speranza. Certo, quasi nessuno si sarebbe potuto permettere la Cura, ma i politici e gli esperti dell’Unione avevano pensato a tutto. La ciliegina sulla torta della strategia promozionale della Cura sarebbe stata la Lotteria. Ancora con l’iniziale maiuscola, perché al suo confronto tutte le altre lotterie sarebbero state presto dimenticate. Ogni mese un fortunato cittadino della borghesia o del proletariato avrebbe vinto otto decenni di vita. Era stato calcolato che gli introiti derivati dalla vendita dei biglietti della Lotteria avrebbero permesso un rapido riarmo e la ripresa definitiva della stanca economia dell’Unione. Ma i guadagni maggiori sarebbero arrivati dall’estero. I padroni asiatici e africani avrebbero potuto anch’essi accaparrarsi la Cura, ma a prezzo decuplicato. Era stato finalmente trovato il rimedio definitivo ad ogni problema dell’Unione. Più ricchi e più vecchi. Tutti, per sempre. Fino a quando, chissà, un altro scienziato non avrebbe trovato il modo per allungare la vita umana di novanta o cento anni. Il popolo era in fibrillazione. Una nuova epoca era alle porte.
Otto
Paola si alzò da terra. Aveva ancora in mano il cellulare con il quale da qualche minuto provava a chiamare suo marito, invano. Le lacrime nere di trucco le rigavano ormai senza pudore l’intero viso. Si diresse verso l’ufficio del preside asciugandosi sommariamente con la manica del maglione di lana. Entrò senza bussare.
- Signor preside, - disse, cercando di controllare le lacrime e il tremolio della voce. - In questa scuola la situazione è inammissibile. Le cose devono cambiare.
- Signorina, cosa succede? Si sieda prego, e si calmi.
- Sono sposata.
- Mi scusi, - rispose il preside, posando la rivista di armi che stava distrattamente sfogliando. Aveva capito, dal tono della sua dipendente, che ciò che l’attendeva non sarebbe stato un breve scambio di battute formali. - Allora, mi dica. Cosa succede?
- Succede che… sono stata… molestata. Ripetutamente.
- Molestata? In che senso? Da chi? - domandò il preside rimanendo immobile. Aveva la schiena incollata alla poltroncina di legno su cui stava scompostamente seduto – le gambe incrociate e lo sguardo concentrato sull’unica finestra del suo piccolo studio, da cui provenivano indecifrabili schiamazzi.
- Dai suoi… dai nostri studenti.
- Gli studenti di questa scuola avrebbero abusato di lei? E in che modo? - chiese il preside sorridendo.
- Non tutti, ovviamente. Mi toccano, mi infilano le mani dappertutto. Fumano in classe, giocano a carte, alle interrogazioni fanno sempre scena muta. E se li riprendo cominciano a insultarmi e a minacciarmi. - Si coprì gli occhi con le mani. - Non so più cosa fare.
- L’hanno toccata… nelle parti intime? - chiese il preside, mostrando finalmente un po’ di interesse. Si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sulla scrivania, e prese ad osservare l’insegnante, cercando chissà quali segni visibili degli abusi da lei subiti.
- Sì, signor preside. Mi hanno toccata nelle parti intime. Ma se si aspetta un resoconto dettagliato rimarrà molto deluso.
- No, certo, si immagini, - replicò tossicchiando. Si alzò, dirigendosi verso Paola. Le appoggiò le mani sulle spalle, cominciando a massaggiarle. Sembrava soprapensiero.
- Vede, signorina.
- Le ho detto che sono sposata.
Il preside staccò le mani dalle spalle dell’insegnante, dirigendosi verso la finestra.
- Certo, certo.
Cominciò ad osservare un gruppetto di studenti che, nel cortile interno della scuola, era intento a fumare e ridacchiare per chissà quale motivo.
- Vede, signora, la situazione è piuttosto problematica. Si potrebbe dire che le cose ci sono sfuggite di mano. Tutto si sta lentamente sgretolando sotto i miei… i nostri occhi.
- E non ha intenzione di fare qualcosa?
- Fare qualcosa… semplice a dirsi. Lei sa meglio di me che questa situazione di degrado è generalizzata. Non siamo mica l’unica scuola dell’Unione che non è più in grado di insegnare alcunché ai suoi studenti. Né siamo l’unico istituto ad avere problemi di disciplina.
- E questo cos’ha a che vedere con le molestie che ho subìto?
- Il fatto è che non abbiamo più alcun potere. - Il gruppetto di studenti nel cortile era adesso concentrato sul passaggio di mano in mano di una bottiglia dal contenuto scuro e marroncino. “Sembrano infreddoliti”, pensò il preside. Poi continuò. - Diciamoci la verità, signorina: abbiamo perso. Questa ed altre scuole, frequentate per lo più da figli di proletari senza speranza, spesso immigrati, non possono più pretendere alcuna disciplina dagli studenti. Vengono qui solo per avere un luogo caldo in cui stare durante le mattinate d’inverno e per non dover cominciare subito a lavorare. Non hanno alcuna educazione né speranza di riscatto. Non è più come ai nostri tempi (lei quanti anni ha, signorina?), in cui si poteva sperare di diventare un giorno o l’altro dei borghesi benestanti. Oggi in tutta l’Unione ci sono leggi ben precise che regolano molto rigidamente il passaggio di classe. E gli studenti lo sanno, anche se forse agiscono con incoscienza. È per questo motivo che pochi trovano la forza di darsi da fare.
- Continuo a non capire cosa c’entri tutto ciò con la mia situazione, signor preside. Li punisca, li sospenda, faccia qualcosa per favore.
- Signorina… Da quanto tempo va avanti tutta questa situazione?
- Da più di due mesi.
- E perché non me l’ha detto prima?
- Avevo paura.
- Paura di cosa?
- Non lo so… forse era solo pudore. O temevo qualche forma di ritorsione.
- Ecco, appunto. E adesso non ha più paura? Non crede che i suoi studenti si vendicherebbero in qualche modo se decidessimo di punirli?
- Non saprei…
- Signorina, ascolti quello che le dico. Cerchi di sopportare. Di fare finta di niente. Vedrà che le cose si risolveranno da sé. Vedrà che prima o poi si stuferanno anche di lei e del suo bellissimo corpo (perché lei ha davvero un bel corpo) e la lasceranno in pace. Mi creda, passerà.
- E dovrei continuare a farmi molestare tutti i giorni? Smettendo di insegnare? Facendo finta di niente?
- Esatto. E poi, diciamoci la verità, finché non le fanno del male, farsi toccare non è mica così spiacevole…
Le posò ancora le mani sulle spalle, riprendendo a massaggiarle vigorosamente.
- Ora devo andare, - disse Paola.
Si alzò, chiedendosi se non si trattasse di un incubo molto realistico. Forse si era davvero realizzato il suo desiderio di svanire. Forse ora non si trovava nell’ufficio del preside della sua scuola, ma in un luogo della sua mente, senza tempo né spazio.
Riprese a singhiozzare.
Pochi istanti più tardi uscì dall’istituto, sebbene mancassero più di tre ore alla fine delle lezioni. Tanto nessuno se ne sarebbe accorto. Estrasse ancora il telefono cellulare dalla borsa, componendo il numero di suo marito.
Nove
Federico trovò finalmente un bar non troppo dispendioso dove prendere una tazza di caffè. Prima di entrare contò gli spiccioli nel portafogli.
- Ehi amico, ti avanza qualcosa? - chiese sottovoce un uomo – un ragazzo – che passava di lì.
- No, - rispose. - Ed è meglio che te ne vai se non vuoi che chiami la polizia.
- Da quando chiedere l’elemosina è un reato?
- Tecnicamente si chiama accattonaggio, e in tutta l’Unione è un reato da… mah, saranno cinque anni oramai.
- Sì, sì, lo so. Dicevo così per dire, - rispose lo sconosciuto. Ma Federico se n’era già andato.
- Ehi, che fai, non stavi entrando in quel bar?
- Non sono affari tuoi. E comunque mi è passata la voglia.
- Oh, non pensavo che voi ricchi foste diventati così suscettibili. Scusi tanto, - disse, fingendo di inchinarsi in segno di rispettoso pentimento. Aveva un sorrisetto ebete e strafottente cucito sul volto. O almeno così parve a N.
- Sì, bravo, continua a fare lo spiritoso, così puoi stare sicuro che non ti do niente.
- Perché, prima avevo delle speranze?
- In realtà no. E smettila di seguirmi.
Passò un’auto della polizia.
- Ti è andata bene che non t’ha visto. Ora sparisci.
Lo sconosciuto tirò fuori un volantino.
- Almeno prendi questo.
Si trattava di un incontro fissato per il giorno seguente sul tema: “La Cura: rimedio a ogni male o ennesimo inganno dell’Unione?”
- Ah, sei pure un attivista. Come fai a sapere che non ti denuncerò?
- Diciamo che è un po’ che ti seguo, e credo di aver capito che tipo sei.
- Mi hai seguito? E che tipo sarei?
- Be’, innanzitutto sei solo un misero borghese che non ha soldi per frequentare i posti giusti. Poi da come cammini (veloce, a testa bassa, bofonchiando tra te e te) si capisce che non devi essere nato ricco. Penso che tu sia un ex proletario, e in quanto tale non denunceresti mai un tuo simile. Nessuno lo farebbe. Inoltre mi sembri molto pensieroso e irrequieto, pertanto credo che non avresti tempo né voglia di denunciarmi, con tutte la burocrazia che ne conseguirebbe.
Si fermò un istante a prendere fiato.
- E infine non andresti dalla polizia perché non ho fatto niente, e lo sai. La legge sull’accattonaggio è solo propaganda elettorale buona per le vecchiette impaurite.
Federico lo squadrò da capo a piedi.
- Va bene, devo ammettere che mi hai impressionato, e su qualcosa hai anche ragione. Però sei pur sempre un attivista, cosa ben più grave dell’accattonaggio.
Lo sconosciuto estrasse una sigaretta dal taschino. Era una sigaretta vera, fatta in casa, non di quelle ultrasottili e senza gusto che i ricchi fumavano per sentirsi meno in colpa.
- Sì, ma penso che anche su quello ti faresti qualche scrupolo. Ne vuoi una?
- No, grazie, ho smesso, - rispose, tossicchiando imbarazzato. - Mia moglie è allergica.
Già, sua moglie, pensò Federico. “A quest’ora dovrebbe essere quasi uscita da lavoro, devo tornare in albergo a prendere il cellulare. Nel frattempo si sarà già ricaricato. Se solo ci avessi pensato ieri sera…”
- Ma non mi sembra che tua moglie sia da queste parti.
N si guardò istintivamente intorno.
- E va bene, una me la posso concedere.
Tirarono entrambi due lunghe boccate, assaporandole in silenzio.
- Si sente che è fatta in casa, vero?
- Già.
Camminarono insieme per qualche isolato senza dirsi niente. Federico cominciò a chiedersi come mai quel tizio continuasse a seguirlo. Ma d’altronde a quell’ora, in pieno centro, non poteva certo fargli niente di male.
- Perché hai detto che mi farei degli scrupoli a denunciarti per attivismo? - gli chiese una volta terminata la sua sigaretta.
Lo sconosciuto tirò fuori un’altra copia del volantino, guardandosi intorno per essere sicuro di non essere spiato.
- Be’, penso che tu possa capirlo da solo. Mi sembri una persona intelligente. Mica crederai a tutte quelle stronzate sulla Cura?
- Cosa c’è da credere? È una questione scientifica.
- Questione scie… allora, me lo offri questo caffè? Ti giuro che quando ci saremo alzati vedrai le cose sotto un’altra prospettiva, - disse lo sconosciuto. - Una prospettiva libera e reale.
Si trovavano di fronte a un bar poco costoso e ancor meno frequentato, al limite della zona considerata pericolosa dalle autorità. Erano quasi le cinque di pomeriggio. Federico contò con le dita, senza guardare, gli spiccioli che aveva in tasca, pur sapendo perfettamente che in quel posto si sarebbe potuto permettere ogni cosa.
- E va bene, - rispose, pensando ai tre giorni di solitudine che lo attendevano nella Capitale. - Ma ti do al massimo mezz’ora, poi devo tornare in albergo a chiamare mia moglie.
Lo sconosciuto aveva già preso posto, stringendo un menu tra le mani sporche.
Dieci
Ancora spento. Erano ventiquattro ore che tentava invano di contattare suo marito. “Dove sei, dove sei”, chiese ad alta voce nella solitudine del suo salotto. Un’altra sera vissuta da sola, stesa su quel divano nell’angoscia di non essere capita e consolata. Si sentiva ancora sporca, unta di quelle mani appiccicose di adolescenti che l’avevano toccata dappertutto, colpevole di fronte a chi stava a guardare senza dire niente. Andò in bagno e rimase un’ora sotto la doccia tiepida, chiamando a intervalli irregolari il telefono del marito, ancora inesorabilmente spento. Non ebbe nemmeno il coraggio di lavarsi: non osava toccare con le sue mani il suo stesso corpo, nel timore di passare con le dita sui solchi tracciati da mani altrui. Rimase sotto l’acqua scrosciante e bollente finché non riuscì a capire se quelle che le rigavano le guance erano le sue lacrime o il getto della doccia. Infine schioccò le dita e il getto smise all’istante. Paola non era mai riuscita a capire perché le uniche invenzioni scientifiche cui il popolo aveva accesso erano le più superflue. Lavatrici sempre più veloci e silenziose, televisori sempre più grandi e ad alta risoluzione, divani sempre più comodi, macchinari di ogni genere che prendevano vita o si spegnevano con un semplice battito di mani o schiocco di dita. Era dai tempi dell’infanzia che disprezzava sinceramente la tecnologia. E più il mondo si evolveva in quella direzione più lei non si sentiva parte di esso. Avrebbe voluto vivere centocinquant’anni prima, al tempo di Clarissa Dalloway, quando soffrire era così facile ed evidente. Così si raccolgono, si sollevano, e ricadono, si raccolgono e ricadono ancora le onde in un giorno d’estate; e il mondo intero sempre più gravemente sembra che dica «è tutto», finché anche il cuore, che sta nel corpo disteso sulla spiaggia al sole, dice, è tutto. Tutti gli apparecchi tecnologici che popolavano il mondo non facevano che allontanare le persone, invece che unirle. Era da un giorno intero che non riusciva a contattare suo marito. Avrebbe voluto scrivergli una lettera. Una lettera vera, come aveva visto fare da bambina, prima che la posta tradizionale venisse abolita. Niente più pacchi bomba, certo, nessuna spesa di spedizione. Ma in casi come questo scrivere una lettera avrebbe significato molto. Un contatto fisico, per quanto indiretto. Un testimone che sarebbe passato di mano sua in mano del marito nel giro di pochi giorni. Non una copia, non un’immagine: un oggetto vero e proprio, distruttibile e temporaneo. Ma esistente.
Non aveva mai scritto una lettera.
Erano le otto passate quando provò a telefonare a suo marito. Si trovava ancora sotto la doccia spenta, infreddolita e indolenzita. Non aveva trovato la forza di alzarsi e di asciugarsi. Le dita delle mani e dei piedi erano raggrinzite come quelle di una vecchia. Avrebbe voluto rimanere così per sempre. Nessuno l’avrebbe più trovata attraente, nessuno l’avrebbe più toccata.
Dopo pochi istanti di attesa il telefono squillò.
Undici
- La Cura non esiste, - disse lo sconosciuto.
Federico finalmente capì. Un complottista. E della peggiore specie: la specie dei disfattisti. Quelli che si buttano come avvoltoi sulle carogne per rovinare al popolo le notizie migliori. Tutte le ultime innovazioni tecnologiche erano viste da queste persone come “pericolosi marchingegni cancerogeni”. Ogni nuova malattia era vista come una mossa dell’Unione per vendere più medicine (d’accordo, ormai era accertato che i laboratori sfornassero ogni giorno nuovi virus, ma si trattava di prodotti utilizzati esclusivamente in campo bellico. E poi erano armi molto efficaci, dal momento che uccidevano la gente senza danneggiare l’ambiente e gli edifici). E per i complottisti ogni crisi diplomatica internazionale era vista come una mossa per tenere alta la tensione – la paura – tra la gente, in attesa di una terza guerra mondiale che non sarebbe mai arrivata.
- Lo sai qual è la pena per il disfattismo?
Certo che lo sapeva: era la morte. Un solo gesto di Federico con la mano in direzione di una pattuglia della polizia e quell’uomo pericoloso sarebbe stato consegnato al più vicino plotone di esecuzione. Ma lui non era mai stato un delatore, e non avrebbe cominciato quel giorno.
- Qui non si tratta di disfattismo. Si tratta di verità. Mica sarai uno di quelli che credono ciecamente a ciò che dice il governo? Questa storia della Cura, poi, è davvero ridicola.
- D’accordo, dammi le prove.
- Io devo darti le prove? Io? Il governo ci dia le prove che la Cura funzioni! Non è ancora stato fatto nemmeno uno studio, nemmeno uno, per confermare l’effettiva validità della Cura. In un mondo normale la ricerca sarebbe stata sottoposta a una commissione di controllo o qualcosa del genere. Invece no: un giorno, come d’incanto, è uscita la notizia di questo rimedio universale e nel giro di quarantotto ore tutta l’Unione ci credeva.
- Aspetta, aspetta, - disse Federico, non sapendo da che parte cominciare per confutare le tesi dello sconosciuto. Prese un sorso di caffè e ricominciò a parlare. - Non ti risulta che le riviste scientifiche più prestigiose del mondo abbiano confermato la…
- Le testate scientifiche dell’Unione sono tutte finanziate dal governo. Tutte, nessuna esclusa. Per quanto riguarda le riviste pubblicate nel resto del mondo non mi risulta che siano diffuse anche qui da noi. E poi esistono molti modi per convincere un pugno di poveri scienziati a pubblicare certi dati invece che altri. Sai quanto guadagna al mese un ricercatore?
- Veramente no.
- Be’, diciamo che farebbe fatica a pagare entrambi questi caffè. Almeno se è uno che ha il vizio di mangiare tutti i giorni.
Federico guardò per l’ennesima volta l’orologio. Paola. Non la sentiva da quasi un giorno intero. Da quando era arrivato nella Capitale. “Devo tornare all’albergo”, pensò, “o finirà per allarmarsi e chiamare la polizia”.
- Ora, dimmi se il mio ragionamento fila. Fino a sei mesi fa esistevano decine di malattie incurabili. E non mi riferisco solo alle Nuove Malattie, ma anche a quelle naturali: tumori, epatiti, malattie cardiovascolari e mille altre. Poi, da un giorno all’altro, tutti i problemi sono stati risolti. Tutti. E l’uomo si ritrova improvvisamente immortale o quasi. Ti sembra sensato?
- Ogni cosa è stata ampiamente documentata sui giornali di tutta l’Unione. Non mi sembri molto informato. La Cura agisce sul sistema nervoso centrale, impedendo…
- Sì, grazie, ho studiato anch’io la lezione. Ma vuoi sapere la verità? Né io né te abbiamo la competenza necessaria per stabilire se tutto ciò sia vero o no. E sai chi ce l’ha? I medici. I biologi. Gli scienziati. Ma sai da chi vengono finanziate queste categorie? Dal governo. Che non ci mette molto a minacciare chi osi dire qualcosa di diverso dalla versione ufficiale dei fatti. “Non credi che la Cura sia efficace, stupido medico da quattro soldi? E io ti tolgo il tozzo di pane che finora ti ho concesso”. E il gioco è fatto.
- E chi ti dice che non sia uno scienziato anch’io?
- Te l’ho detto: sei troppo ricco. Secondo me tu appartieni ad una di quelle categorie inutili – senza offesa – che non si sa perché vengano pagate molto più di gente onesta che fa la fame o quasi. Potresti essere un programmatore informatico. O uno sportivo. No, uno sportivo no, sei troppo mingherlino. Forse lavori nel mondo dello spettacolo. In televisione. Ma non ad alti livelli, altrimenti non saresti un semplice borghese.
Si stava facendo buio. Le pattuglie della polizia si allontanavano gradualmente dalla zona pericolosa, il cui confine si trovava lì vicino. La temperatura invernale cominciava a farsi sentire. “Nove giorni”, pensò Federico. Ormai sono nove giorni. Nove giorni per decidere e un giorno da quando non aveva notizie di sua moglie.
Si girò verso la strada, dove scorse un barbone che trascinava un carrello pieno di stracci e altra roba inutile. Avanzava barcollando. Federico si chiese come facesse quella gente a permettersi i soldi per l’alcool, da quando i prezzi erano saliti alle stelle. Un proibizionismo di fatto: solo i pardoni e i borghesi più ricchi potevano permetterselo. Ma forse quel tizio non era ubriaco. Forse barcollava perché aveva male a una gamba e non aveva il denaro per potersi permettere un ospedale. O forse era un modo per attirare l’attenzione della gente ricca. Molti facevano cose strane da quando chiedere l’elemosina era stato vietato.
- What does it matter, - cominciò ad urlare, - a dream of love or a dream of lies, we're all gonna be in the same place when we die. Your spirit don't leave knowing, your face or your name, and the wind through your bones is all that remains. And we're all gonna be, we're all gonna be just dirt in the ground.
Federico terminò il suo caffè, portando indietro la testa per farsi scivolare lentamente sulla lingua le ultime gocce cariche di zucchero.
- In fondo ha ragione lui, non trovi? - chiese lo sconosciuto.
- Può darsi. Anche se non ha più molta importanza. Ora scusami ma…
- E ti sei mai chiesto perché?
- Perché cosa?
- Perché l’Unione abbia costruito questa grande truffa?
- No, non me lo sono chiesto per il semplice fatto che…
- Soldi, ovviamente. Solo per i soldi. Segui il mio ragionamento. Da almeno dieci anni perdiamo ogni giorno colpo su colpo nei confronti di Asia e Africa. Ci stanno schiacciando su tutti i fronti. I loro prodotti sono migliori e meno costosi. Possiedono immense riserve petrolifere e sterminate aree per la coltivazione. I loro eserciti sono decine di volte più addestrati e numerosi dei nostri. Uno schiocco di dita e siamo tutti morti nel giro di una settimana. Diventano i soli padroni del mondo. Almeno finché non cominceranno a farsi la guerra tra di loro. L’Unione, consapevole di ciò – perché ne è consapevole, anche se la Propaganda non lo ammetterà mai – ha inventato la Cura universale. Ma non si tratta di un rimedio per i mali dell’uomo, bensì una soluzione, semplice e geniale, per risanare l’economia interna. E in quale modo? Spremendo le fasce più basse della popolazione. Strangolare definitivamente il proletariato, annientarlo per prendersi i suoi soldi. Ogni famiglia proletaria, singolarmente, possiede poco o niente, ma si tratta del 90 per cento della popolazione. Cifre astronomiche.
- Tu stai delirando. La Cura non è certo un prodotto per proletari, con quello che costa. Il target sono i padroni.
- Ah sì? E cosa mi dici della Lotteria?
- Be’, nessuno è costretto a comprare i biglietti.
- No, certo, ma tutti lo faranno comunque. Così come tutti hanno sempre speso interi miseri stipendi nelle scommesse sportive o nelle estrazioni del lotto. Si tratta di un furto legalizzato. E come se non bastasse arriveranno gli introiti di quei miliardari creduloni disposti a pagare qualsiasi cifra pur di allungarsi la vita di qualche decennio. O almeno così credono. È il delitto perfetto: quando, tra qualche anno, la gente si accorgerà che la Cura non funziona, il governo in carica potrà dare la colpa ai governi precedenti, lavandosene le mani.
- Ma la gente potrebbe cominciare a morire ben prima.
- Certo, ma infatti la Cura qualche pur minima efficacia ce l’ha. Molti pensano che sia un semplice concentrato di vaccini per tutte le Nuove Malattie inventate dal governo negli ultimi anni. Così la gente ci metterà un po’ a morire. Anzi, molti pensano che il governo abbia inventato le Nuove Malattie e i loro rispettivi antidoti proprio in vista dell’invenzione della Cura.
- Certo, ho capito. E probabilmente si tratta delle stesse persone che hanno buttato giù le Torri Gemelle e ucciso il primo Presidente dell’Unione.
- Può darsi, perché… Tu non mi stai prendendo sul serio.
- Mi spiace, ora devo proprio andare. Si sta facendo buio. Ecco, questi sono i soldi per i caffè. Tieni pure il resto.
Lo sconosciuto si riempì le tasche di bustine di zucchero e se ne andò senza pagare. Fece due passi e tornò indietro, guardando furtivamente verso l’interno del bar. Si mise in tasca pure le tazzine.
Dodici
- Dov’eri, - disse sottovoce, quasi soffiando. Non era una domanda.
- Pronto, mi senti? Cos’è questo rimbombo?
- Dov’eri - ripeté, con voce ancora più sottile e interrotta.
- Alla riunione con il Ministro. Poi ho dimenticato il cellulare in albergo. Ma dove sei? Cos’è questo rimbombo?
- Sono nella doccia.
- E perché mi chiami mentre stai facendo la doccia? Non sento il rumore dell’acqua.
- Ho detto che sono nella doccia, non che sto facendo la doccia. Vuoi sentire il rumore dell’acqua? Eccolo.
Paola fece scivolare il telefono dall’orecchio giù verso il collo. Poi ne deviò la direzione verso il petto, strofinandoselo sui seni, poi giù verso l’ombelico e il pube. Non aveva ancora avuto il coraggio di toccarsi a mani nude, ma finalmente – attraverso la plastica lucida e smussata del telefono – le sembrò di mondarsi dall’unto e dallo sporco che ancora la affliggevano dal mattino. Passò l’apparecchio sulle spalle, premendo forte contro le scapole. Poi lo buttò nella piccola pozzanghera d’acqua sporca che ancora resisteva sul fondo della doccia. Lo schermo si frantumò in tanti piccoli pezzettini trasparenti che pochi istanti dopo, quando Paola decise finalmente di uscire dalla doccia, le si conficcarono sotto i piedi, facendoli sanguinare. Si tamponò sommariamente con un asciugamano, con il quale subito dopo si asciugò quelle piccole parti di corpo ancora umide. Osservò un’altra volta le sue dita, notando quanto fossero bianche e percependole come un corpo estraneo. Le passò sul vetro appannato, scorgendo finalmente il suo volto, trascurato, e i suoi capelli, informi. Pensò di non essere mai stata così brutta, e ne fu felice. Non desiderò più di svanire, in quel momento, ma di rimanere in quello stato per sempre. I seni raggrinziti, gli occhi scavati e arrossati. Nessuno le avrebbe più dato fastidio. E come avrebbe reagito suo marito? Le sarebbe ancora stato accanto? Avrebbe ancora avuto il coraggio di portarla in giro? O si sarebbe vergognato? L’avrebbe mandata in manicomio? Non aveva prove. Non aveva prove di nulla. L’avessero almeno violentata. Avrebbe conservato gelosamente quel seme maledetto, e avrebbe denunciato il responsabile. Poi avrebbe cambiato scuola per evitare ritorsioni. Ma non aveva prove. E farsi toccare non è poi così spiacevole, vero? Non aveva prove che suo marito avrebbe continuato a starle accanto. Che le avrebbe creduto. Tornò a pregare di svanire. Chiuse gli occhi, li strinse con tutta la sua forza, rimanendo in quella posizione per un intero minuto, i pugni così stretti che sentì le unghie penetrare la carne. Era sola.
Quando riaprì gli occhi si accorse che la sua preghiera era stata ascoltata. Il volto, il suo corpo, le mani bianche, gli occhi scavati e i seni raggrinziti: non c’era più nulla. Tutto svanito nell’alone di caldo vapore che aveva di nuovo coperto la superficie del vetro. Uscì nuda dalla stanza da bagno, si addormentò in pochi minuti.
Tredici
Una dose della Cura. Una semplice pastiglia gialla di medie dimensioni da inghiottire con qualche sorso d’acqua e tutti i mali del corpo se ne sarebbero andati per sempre. Una sola dose, però. Era quello il problema. Durante il volo che lo riportava a casa dalla Capitale non pensò ad altro. Ingerire quella pastiglia avrebbe significato cambiare per sempre la sua vita così come lui la conosceva. Nel giro di pochi decenni sua moglie avrebbe cominciato a invecchiare – con tutto ciò che ne sarebbe conseguito: capelli bianchi, rughe, acciacchi, malattie, infine morte, verso i settant’anni se andava bene. Lui invece no. Avrebbe avuto davanti a sé ancora otto decenni di vita, mese più mese meno, di cui almeno sei di perfetta giovinezza. Come gli aveva comunicato il Ministro, la Cura doveva essere ingerita entro i quarant’anni, dal momento che si limitava a frenare drasticamente l’invecchiamento. Assunta più tardi avrebbe regalato al malcapitato soltanto altri sei o sette decenni di triste vecchiaia. In giro si diceva che alcuni anziani miliardari erano disposti ad assumere la pillola anche a settant’anni suonati – corrompendo le autorità sanitarie, si intende – con il solo scopo di godersi ancora qualche anno di spasso e poi bam! farla finita.
Ma Federico di questo non doveva preoccuparsi. Aveva solo trentatre anni e tanto giovane futuro davanti a sé. Ma Paola sarebbe presto invecchiata, e questo non riusciva a toglierselo dalla testa. Fare a metà con lei? No, secondo i medici ciò avrebbe vanificato completamente l’effetto della Cura. Cercare di comprarne un’altra? No, nemmeno con anni e anni di risparmi ce l’avrebbe fatta. Rifiutare l’offerta del Ministro? Non se ne parlava nemmeno: non solo avrebbe sprecato l’occasione più grande della sua vita, ma si sarebbe anche inimicato le alte sfere del governo. Forse gli avrebbero impedito di lavorare. Sarebbe tornato ad essere un proletario, com’era stato fino a pochi anni prima. Mai, questo non lo avrebbe permesso. Dal finestrino dell’aereo vide alte montagne marroni – quelle stesse montagne che molti anni addietro, da bambino, aveva visto ricoperte di neve e ghiacciai, prima che quelle parole diventassero soltanto un pallido ricordo di un mondo che non c’era più – e capì di essere quasi a casa. Ancora mezz’ora di volo e avrebbe rivisto sua moglie. Da quel giorno in cui le era scivolato il cellulare nella doccia l’aveva sentita soltanto una volta, attraverso un e-mail che diceva: “Vengo a prenderti all’aeroporto. Fammi sapere l’ora”. Non c’era nemmeno un saluto, in quella mail, né una parola affettuosa. Doveva essere molto stanca. Il lavoro a scuola non era mai stato facile. Ma fortunatamente Paola adorava insegnare, e quella fatica sarebbe sempre stata ripagata dalla soddisfazione, ormai così rara, di poter svolgere un lavoro amato. Certo, la paga era quella che era, ma in quel mondo non era rimasto molto spazio per la cultura e l’educazione dei giovani. Le scuole erano solo un pro forma. Chi voleva continuare a studiare avrebbe appreso tutto all’università. I proletari avrebbero invece imparato se non altro a leggere e scrivere.
Sette giorni. Sette giorni al massimo e avrebbe dovuto comunicare il suo “sì” al Ministro della Propaganda, che gli avrebbe fatto recapitare a casa, entro poche settimane, la sua pillola gialla. E poi, ovviamente, si sarebbe dovuto mettere al lavoro. Il lavoro che lo avrebbe reso il pubblicitario più celebre del mondo. Era un’occasione da non perdere.
Quattordici
Prendere la macchina dal garage. Metterla in moto. Proseguire dritto fino al termine della via. Poi a destra. Dritto per cinque isolati. Poi ancora a destra, nel grande viale un tempo alberato che nel giro di un quarto d’ora al massimo l’avrebbe condotta all’aeroporto. L’aveva fatta un milione di volte, quella strada, ormai non doveva nemmeno più pensarci: ogni gesto era perfettamente spontaneo. Come inserire il pilota automatico. Ecco, quella sì che sarebbe stata una grande invenzione per le automobili. Ma, chissà perché, non era mai stata messa a punto. Odiava guidare. Eppure in linea teorica era sicuramente più facile inventare un pilota automatico per automobili che mandare uomini su Marte. O allungare la vita di una persona di ottant’anni con una semplice compressa.
Il tempo di uscire da scuola, recarsi a casa in bicicletta e prendere le chiavi della macchina ed era già in direzione dell’aeroporto. Quasi un record. In mezz’ora era passata dalle mani sudice e unticce degli studenti alla portineria di casa sua – oggi aveva deciso di ignorare apertamente le domande della custode – e da lì al garage e all’aeroporto. In bici non si era fermata nemmeno a un semaforo. Aveva deciso di chiudere gli occhi ad ogni incrocio. Ed era ancora viva. Non riusciva a capire se era stata così fortunata da incontrare solo semafori verdi o se, per chissà quale strano caso, la strada che frequentava tutti i giorni – di solito così trafficata – quel giorno fosse vuota. Non le era sembrato di sentire qualche macchina inchiodare o suonare il clacson – anche perché i Vier Letzte Lieder che teneva sparati nelle orecchie glielo avrebbero comunque impedito –, perciò quelle le sembravano le uniche ipotesi plausibili. E comunque non è che le importasse granché sapere il motivo per cui era ancora viva. “Non mi sono mai chiesta perché sono nata – pensò –, quindi perché ora dovrei chiedermi perché non sono morta?”
Aveva di nuovo chiuso gli occhi. Anche stavolta non ce l’aveva fatta a prendere in mano la situazione. Ad alzare la voce, a ribellarsi. Sentiva dietro di sé le risa dementi, l’odore di fritto che impregnava i loro vestiti, l’alito pestilenziale. Sapeva chi c’era. Sapeva i nomi. Ma non poteva parlare. Con gli occhi chiusi poteva immaginare lo sguardo – ora divertito, ora indifferente, ora disgustato – delle allieve in minigonna, che tra una sigaretta e l’altra lanciavano languide occhiate ai loro compagni più coraggiosi. C’era una scommessa tra di loro. Aveva sentito un gruppetto di ragazzi che ne parlavano qualche settimana prima.
- Il primo che le tocca la fica me lo scopo, - aveva detto una di loro, scatenando un coro di eccitata ammirazione.
Paola non aveva capito che stavano parlando di lei. Ma ora ne era certa. Pochi giorni prima uno studente aveva osato il grande gesto. “Finalmente”, aveva pensato lei, “ora tutto finirà”. Ma le cose non erano cambiate. Forse si era trasformata in una sfida di virilità: tutti dovevano toccarle la fica.
L’aeroporto era vicino. Pensò che se un aereo si fosse schiantato sulla sua macchina – magari per un attentato terroristico – sarebbe stata una morte onorevole. Eroica, persino. Pensò che avrebbe potuto ignorare i semafori rossi anche ora che si trovava in automobile. Ma non voleva causare la morte di altre persone. L’unica fine che le interessava era la sua. Poi pensò che non c’era bisogno di attuare particolari forzature: in ogni caso tutto sarebbe presto finito. Avrebbe potuto contrarre una delle Nuove Malattie, che l’avrebbero uccisa senza scandalo e senza troppa sofferenza in poche ore. Sarebbe potuta morire per un attentato terroristico. Oppure uno dei suoi studenti, uno dei più coraggiosi, l’avrebbe davvero violentata e poi uccisa. Per non lasciare testimoni. D’altronde la violenza carnale era un reato punibile con la morte, nell’Unione. “Già”, pensò, salutando con la mano il marito appena sceso dall’aereo, “su questa terra morire è ancora la cosa più facile”. Si trattava solo di aspettare. Aspettare, sopportare e fare finta di niente. Tutto sarebbe finito presto.
Quindici
Federico la salutò con un sorriso raggiante, correndo ad abbracciarla. Si dissero poche parole nel tragitto dall’aeroporto a casa: non ce n’era bisogno, era tutto così perfetto! Quel nuovo lavoro eccitante, la prospettiva di guadagni futuri, la loro casa – quel divano così comodo! – i bambini che sarebbero forse venuti più in là negli anni. Rivedersi dopo tre giorni era come incontrarsi per la prima volta. Federico si complimentò con se stesso, nella solitudine del suo bagno. Facendosi la barba si disse che era l’uomo più felice e fortunato del mondo. E anche il più generoso. Lei sarebbe stata ricca e – quando avrebbe scoperto tutto, in modo naturale, tra tanti anni – lo avrebbe ricordato per sempre come l’uomo – suo marito, il suo migliore amico, il suo salvatore – che le aveva regalato una seconda vita.
Alberto Gallo (29-30 aprile 2008)