La maschera e la follia, temi tipicamente pirandelliani, caratterizzano la commedia "Il berretto a sonagli". La società costringe gli individui ad apparire rispettabili, obbedendo a precisi codici di comportamento. Ma in realtà nessuno è disposto ad infierire sulle debolezze umane, soffocare le passioni, impedire rapporti extraconiugali. Tutto è permesso purché si salvino le apparenze e ognuno possa mostrare tranquillamente "il proprio pupo", quel burattino rispettabile che si è costruito a cui ognuno deve tanto di cappello. Qualunque intima sofferenza può essere sopportata con rassegnazione, ma non la perdita di dignità del proprio pupo, qualunque esso sia. Soltanto "il berretto a sonagli" della pazzia può permettere di ribellarsi all'ipocrisia delle convenzioni sociali e di sputare in faccia a tutti la verità.
L'attore Pierpaolo Spollon si racconta.
Passiamo parte della giovinezza a sognare quale lavoro faremo da "grandi", aggiungerei che, per come vanno economicamente le cose oggi, purtroppo spesso non si riesce a superare la fase del sogno. Mi è sempre rimasta impressa una frase di Alberto Lattuada, un uomo che era riuscito a ritagliarsi uno spazio a 360 gradi nel mondo cinematografico e televisivo facendo l'attore, il regista, lo sceneggiatore e il produttore; ebbene, in un'intervista disse che probabilmente aveva scelto di dedicare la sua vita al mondo della cinepresa perché sentiva " il bisogno di vivere tre vite e con il cinema se ne asseconda l'illusione". Quando ho letto per la prima volta questa frase ancora non facevo l'attore, ma ero felice perché aveva dato voce a quello che io non riuscivo a spiegare e pensavo fosse solo indecisione.