
Le ronde: una cura inutile e pericolosa per
le nostre città
Ormai ogni fatto delittuoso provoca una reazione immediata di preoccupazione nell’opinione pubblica. All' inquietudine fa seguito, senza indugio,
la richiesta di maggiore sicurezza. Partiti e
movimenti fanno a gara per proporre le loro soluzioni, ed ogni parere è
lanciato con una solennità tale da dare la certezza di risolvere il
problema. Ai cittadini, però, servono i fatti concreti e immediati,
e non c’è tempo di ascoltare proposte politiche e di attendere di metterle in
pratica; perciò piovono denunce ed esposti agli uffici di Polizia
ed in seguito si organizzano manifestazioni, fiaccolate, convegni
per segnalare che, per dirla con una frase fatta, «non si è più sicuri nemmeno a casa propria».
Tutto ciò può servire a stimolare la risposta delle Istituzioni. Però, in tale quadro,
succede che qualche partito o associazione faccia un passo ulteriore per
il coinvolgimento dei cittadini in attività di sicurezza. Ecco che alcuni
cittadini decidono di fondare od aderire alle ronde (dette anche associazioni di
volontari per la sicurezza) per pattugliare,
controllare, prevenire e magari anche avere la soddisfazione di scovare
qualche reato. La ronda che pattuglia il territorio deve dare sicurezza. Ma
siamo sicuri che sia la cura giusta per la malattia? O è solo un nuovo sintomo? Per meglio dire, si tratta di una proposta politica per scuotere
l’opinione pubblica o è un’attività privata organizzata stabilmente a livello associativo? Ritengo che questo sia il
primo argomento importante, perché se, come sembra
avvenire sempre più spesso, ad ogni grave fatto di cronaca si risponde con le
ronde in strada, è evidente che non si tratta di un’attività strettamente
politica, ma di un'attività pianificata stabilmente per rendere più sicure le
nostre strade.
A questo punto il ragionamento si deve spostare sul
tipo di attività. Nulla da eccepire in merito alla legittimità dell’iniziativa
considerato che ancor oggi vige una norma del codice di procedura penale
che ammette l’arresto del privato in particolari condizioni, né sulla buone fede
dei partecipanti - è ovvio che sono animati da un sentimento di altruismo - ma
ciò che desta preoccuopazione è che dei comuni cittadini mettano a repentaglio
la propria incolumità per cercare di ottenere un risultato di sicurezza
collettiva. Questi egregi signori, si rendono conto del rischio e delle
responsabilità cui vanno incontro? Questo argomento è stato eccessivamente sottovalutato da parte dei volontari e
degli organizzatori delle ronde.
Oggi, infatti, una pattuglia di
Polizia dispone di un'auto blindata con i colori d’istituto, di armi da fuoco, di
giubbotti antiproiettile, di radio, di sfollagente e di tanto altro materiale utile al
servizio di polizia, ma nonostante ciò i rischi professionali in continuo
aumento provocano sempre più spesso colluttazioni e feriti. Cosa pensano di
fare i “rondisti” con una Panda ed un cellulare? Inoltre un poliziotto ha
sostenuto, per essere idoneo al servizio di polizia, corsi professionali e
aggiornamenti mensili od annuali nelle varie
materie. Il “rondista”, come è stato preparato al servizio sulla strada? Una
veloce infarinatura di alcune ore di lezione su leggi e consigli operativi non
può essere sufficiente a creare un operatore capace. Inoltre, ogni agente di Polizia è sottoposto a continue valutazioni
operative. Finito il corso, è utilizzato prima in servizi interni e
poi con mansioni marginali nei servizi esterni. Solo dopo aver maturato la
necessaria esperienza, i dirigenti lo utilizzeranno in mansioni
fondamentali, di maggiore responsabilità. Per la maggior parte degli agenti la
trafila per diventare operativi è lunga e complessa. Non è facile operare da
professionisti della sicurezza in strada; la preparazione e l’esperienza devono
essere ai massimi livelli, altrimenti i rischi diventano talmente elevati da non
consentire un buon servizio di Polizia che tuteli l’integrità degli operatori e dei cittadini.
Oltretutto, lo sanno lor signori “rondisti” quale responsabilità penale dovranno affrontare
una volta scoperto un reato? Il “rondista” diventa testimone e si dovrà
obbligatoriamente presentare in tribunale a deporre su quanto
visto e sentito. In dibattimento l’imputato sarà presente e conoscerà il
volto, il nome ed l' indirizzo del rondista.
Non è che i “rondisti” stiano rischiando oltre
il buon senso?
In definitiva, è innegabile che la percezione dell’insicurezza sia una malattia e che lo Stato non stia rispondendo con norme
adeguate, ma pensare di curare il morbo agendo, pur da comuni cittadini,
direttamente sulla strada non risanerà le nostre città, anzi crea un nuovo
pericoloso sintomo.
Marco Callegaro
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