Ora Washington si gioca la carta G20, vasto assortimento di stati che comprende anche Argentina e Turchia, paesi generalmente non invitati a summit di questa importanza. E’ che dopo il sostanziale fallimento dei vertici delle potenze del G4 e del G7, e dopo che gli Stati Uniti e i 15 dell’euro hanno messo sul piatto rispettivamente 750 miliardi di dollari e 1000 di euro per salvare un sistema finanziario e uno stile di vita, il nostro, si è pensato di aggiungere qualche posto a tavola. L’evento si terrà nella capitale degli States il 15 novembre e ci sarà ancora Bush a fare gli onori di casa, benché, per quella data, sarà già noto il nome del nuovo presidente.
Intanto i conti non tornano. Scongiurata la tempesta perfetta, dopo la brevissima primavera della seconda decade di ottobre le borse sono di nuovo a picco. I dati trimestrali delle imprese americane sono tutti negativi, l’Argentina è a rischio default, il petrolio e l’euro in picchiata e in Italia più che altrove si assiste al paradosso delle banche: i soldi dei risparmiatori spaventati tornano nei depositi di istituti che, però, crollano nei listini.
Cos’è successo? La crisi è l’effetto della bolla dei mutui subprime, detti anche «second chance»: la seconda possibilità che istituti di credito americani hanno concesso a clienti con storie segnate da inadempienze e pignoramenti. Una miscela esplosiva «cartolarizzata» negli strumenti finanziari di mezzo mondo. Così, con la crisi dell'industria americana, saltano i posti di lavoro; la gente comincia a non pagare le rate e il sistema vacilla.
Accade tutto molto in fretta. Sembra solo un incidente di percorso la seduta nera dei listini del 21 gennaio 2008, che costa alle piazze continentali 440 miliardi di euro. Ma tra febbraio e marzo affondano istituzioni finanziarie come Northern Rock e Bearn Stearns. E a settembre la via crucis della finanza internazionale contempla diverse stazioni dolorose: scompaiono altri giganti come Fannie Mae e Freddie Mac, Merrill Lynch e Lehman Brothers, Washington Mutual e Aig.
Le elezioni americane condizioneranno l’agenda del 15 novembre. I repubblicani vogliono salvare il sistema secondario dei mutui; i democratici mettere la museruola ai lupi di Wall Street. Ma è anche una questione di numeri: il giro d’affari dei subprime è di 6.500 miliardi di dollari; quello dei derivati (600mila miliardi) è 11 volte superiore al prodotto interno lordo del pianeta (55mila miliardi). Le iniezioni di denaro alle banche di sistema sembrano poca cosa; e forse non servono. «Alla fine – ammette il nobel per l’economia Joseph Stiglitz – tutto si risolverà in un colossale trasferimento di denaro dalle tasche dei contribuenti a quelle degli uomini d’affari».