
Gerontologia, passi verso una saggezza antica
Una volta in India una signora percorse molta strada per andare a parlare con Gandhi, spinta dalla fama di saggezza che circondava il maestro; la sua giovane figlia mangiava troppi dolci e ormai era diventata così obesa da mettere a repentaglio non solo la sua bellezza ma anche la salute.
Gandhi l'ascoltava in assorto silenzio e dopo che la donna ebbe concluso il suo racconto così parlò: «Mia cara amica , porta qui tua figlia fra tre settimane e io le parlerò».
La madre, rincuorata, se ne tornò nel suo villaggio e trascorso il tempo indicato ritornò al cospetto di Gandhi con la figlia.
Il maestro fece un lungo sermone alla ragazza che lo ascoltò attentamente; dopo qualche tempo le due donne ritornarono di fronte a questo saggio uomo.
La figlia era splendida e la sua bellezza rifiorita testimoniava, senza ombra di dubbio, come avesse ascoltato i consigli del celebre maestro.
La madre era luminosa in volto per l'orgoglio della ritrovata armonia nel corpo e nella mente della figlia; nel congedarsi da Gandhi però si sentì in animo di chiedere al maestro la spiegazione di un tale successo e perché soprattutto avesse deciso di vedere la ragazza dopo tre settimane.
Egli così rispose: «Mia buona signora, quando ci siamo visti la prima volta anch'io avevo il problema della golosità che mi spingeva a mangiare molti dolci, pertanto pensai che mi sarebbero servite tre settimane per smettere di prenderli; solo così sarei riuscito, in animo mio, ad essere convincente con una giovane ragazza».
Questa storia mi serve per far capire quanto lontana sia la nostra mentalità odierna da una corretta visione de "l'essere anziano"; abbiamo un bisogno estremo di saggezza e, spesso anche se adulti, siamo alla continua ricerca di risposte da parte di qualcuno "più saggio" di noi.
Parte della crisi dei valori della nostra società, nasce anche dalla "messa" in riposo dell'individuo anziano; una figura umana che la necessaria ma frenetica evoluzione della moderna società si è "dimenticata".
Talvolta abbiamo l'impressione di vivere in un ambiente inondato dai suoni di una grande radio, solo che non riusciamo a distinguere bene le voci perché c'è qualcuno che cambia di continuo la sintonia: sarà anche per questo che spesso diciamo di non sentirci sulla stessa "lunghezza d'onda" del nostro prossimo.
Abbiamo bisogno di una voce amica che ci tranquillizzi, ci dia l'impressione di fermare il tempo all'interno di questo grande contenitore in continuo movimento che è la nostra società; quello che ci manca è la riflessione e chi meglio della saggia voce dei nostri vecchi, genitori o nonni, può incarnare questa necessità quasi ancestrale.
Viviamo quasi di continuo tra l'oscillazione di un ritorno alle nostre origini (la voce di nostro padre e di nostra madre) e il desiderio di arrivare all' immortalità (la proiezione sui figli di tutti i nostri desideri soprattutto quelli "mancati");così non riusciamo mai a cogliere l'attimo, sovrastati come siamo da una miriade di voci che ci assalgono: in questi momenti, quasi di sconforto, chi meglio di una voce conosciuta ci lancia una ciambella di salvataggio?
La nostra società ha raggiunto significativi risultati,soprattutto in ambito tecnologico, ma sta perdendo la cognizione di antichi valori; per quanto, obiettivamente, la vita media si sia di molto allungata e siano pertanto aumentati i disabili e i non autosufficienti, non è con la loro emarginazione che potremmo risolvere tutti i nostri problemi.
Per prima cosa esiste una grande fascia di persone anziane che disabile non è, ma anzi sa ben badare a se stessa; purtroppo, questa popolazione, viene sempre più spinta verso l'emarginazione a colpi anche di "prepensionamenti e collocamenti a riposo", impoverendo quindi quello che molti sociologi, con molta enfasi, chiamano il tessuto connettivo della nostra società; questi altro non è che la "tramatura di sostegno", la pietra angolare su cui costruire il nostro futuro.
Come possiamo pensare che un anziano tolga del lavoro a un giovane se a questi togliamo il suo sostegno; mi si potrà obiettare che nella frenetica evoluzione dei lavori spesso non si riesce adeguatamente a riqualificare un lavoratore a fine carriera, ma che senso ha "correre" sempre più veloce per lasciare per strada sempre più gente: di questo passo la nostra ipotetica auto, su cui corre tutto il nostro sapere e la nostra brama di conquista, uscirà di strada, come dire, che di sicuro, prima o poi si potrà arrivare al paradosso di emarginare i quarantenni o giù di lì.
Ma il vero paradosso sarebbe quello di una società che da una parte dice di tendere all'affrancamento dal lavoro manuale (come non pensare ai robot nelle fabbriche) ma dall'altra non ritiene adatti i più "maturi" ad un nuovo ciclo produttivo imperniato sul lavoro sempre più "cerebrale"; è vero che per dare frutti una pianta deve essere innaffiata da molto piccola (se non dal seme) e pertanto bisognerà curare in modo adeguato l'istruzione delle nuove generazioni, ma ci si deve rammentare che molti grandi uomini hanno prodotto del loro meglio dopo molte delle loro primavere.
Pertanto non è accostando in modo antitetico due generazioni "opposte" ma facendole convivere in armonia che potremo uscire da questo equivoco; per meglio chiarire il mio pensiero mi dovrò servire di due aggettivi "qualificativi" come lo yin e lo yang derivati dalla filosofia cinese del Taoismo; queste due forze così in apparente contrapposizione altro non sono se non l'integrazione dell'uno nell'altro, così come l'uomo (yang) si unisce alla donna (yin).
Entrambi sono, devono essere in armonia e l'uno si integra nell' altro per formare una coppia, per tendere quindi all'unità e non alla separazione; sempre questi due aggettivi li posso utilizzare in altri contesti come, per esempio, il continuo incedere del giorno (yang) con la notte (yin): l'uno non può esistere senza l'altro, anzi l'uno sfocia nell'altro e così pure il giovane "fatalmente" sarà destinato ad invecchiare.
Solo dall'armonia delle cose possiamo ritagliare il nostro futuro, questo almeno è l'insegnamento che ci lasciano gli antichi pensatori cinesi; solo se sapremo integrare l'anziano con il giovane potremo farci rilasciare una "ricevuta liberatoria" contro la nostra possibile, se non probabile, emarginazione durante la vecchiaia.
Non dico che bisogna trovare dei nuovi equilibri nell'organizzazione del lavoro perché questi sono anche dentro di noi e sono "catalogati" dentro il nostro cervello li dove risiedono il rispetto, l'emulazione e soprattutto il tramandare ai posteri ;non ha senso creare una società dove un pò alla volta non ci sarà più posto per nessuno.
In questo "delirio" allora si avvereranno i sogni degli scrittori di fantascienza, dove l'umanità verrà sostituita dalle macchine, ormai "libere" dal controllo degli uomini.
A questo punto mi sembra chiaro che il secondo aspetto dell'età avanzata, lo "spettro" che fa paura un pò a tutti, la non autosufficienza potrà essere affrontato a viso aperto quanto più riusciremo a mantenere aperte le vie di comunicazione tra le varie generazioni , un'osmosi cioè una permeabilità che impedisca il confinamento di fasce sempre più estese di popolazione in luoghi sempre più simili ai vecchi manicomi; non a caso dovrebbe iniziare un rivolgimento mentale simile a quello della moderna psichiatria che ha trasformato in strutture un pò più aperte i servizi psichiatrici.
Questo non vuol dire nascondere dei seri problemi legati "all'involuzione" e quindi alla senescenza del nostro corpo; ma solo conservare una certa apertura mentale che ci impedisce di agire con schemi precostituiti per pensare di affrontare delle situazioni obiettivamente pesanti anche perché economicamente la nostra società non potrà proporre come unica soluzione l'istituto di riposo o l'ospedalizzazione ma anche situazioni intermedie che contemplino l'assistenza (vera!) a domicilio, sicuramente più gradita all'individuo, che potrebbe così trarre una maggior serenità da una soluzione più personalizzata, conservando anche più facilmente quei legami interpersonali con il proprio nucleo familiare, ritornando a porre l'anziano in cima a quel nucleo (quanto meno come simbolo e testimonianza) per ripercorrere a ritroso quella strada che aveva portato alla disgregazione dei grandi gruppi familiari patriarcali e matriarcali e che aveva generato tanti piccoli microcosmi familiari, all'interno dei quali l'anziano era stato progressivamente emarginato e poi espulso, anche per l'obiettiva incapacità di strutture "così piccole" di gestire una problematica così ampia.
Certamente non si vuole proporre un ritorno a vecchi schemi del passato, ma un maggior collegamento delle odierne famiglie tra di loro per affrontare le varie situazioni volta per volta, aiutate in questo da strutture adatte e flessibili messe a disposizione dalla società.
Fusaro Paolo
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