Eluana, giusto lo stop all'alimentazione forzata?
Provo un senso di imbarazzo a scrivere queste parole; per una ragazza che non conosco e che, forse, nemmeno lei ha desiderio di sentire.
Molto si discute, ognuno con le sue opinioni, ma forse più di qualcuno con un secondo fine rispetto al destino di una sempre giovane donna; tutti hanno una soluzione pronta, i più dicono che non bisogna farla soffrire.
Suo padre, la si può pensare come si vuole, è latore di una istanza per la propria figlia; però per una sua piccola «colpa», Eluana da persona è diventata un argomento di dibattito, quasi come si trattasse di parlare di «Free Willy»; solo che qui non si tratta di un animale da liberare, ma di discutere se un corpo tenga rinchiuso, in alone di sofferenza, qualcosa che si trova all'interno.
Se il campo di discussione è «solo» il corpo, con le sue sofferenze, ma anche il suo vissuto (cosa rappresenti per chi gli ha voluto bene o semplicemente conosciuta, per chi ha accarezzato e continua ad accarezzare i suoi capelli), come facciamo a decidere di spegnere tutto?
Chiudere un rubinetto per spegnere una vita mi ricorda molto il lancio delle bombe intelligenti che vanno dritte al bersaglio senza creare danni collaterali; non c'è bisogno di sporcarsi le mani, magari di sangue, per dire che finalmente il risultato è raggiunto.
Sappiamo bene invece che le bombe non sono intelligenti, i danni restano e si vedono nella nostra società che tende a mettere ai margini coloro che non hanno possibilità; la morte non è mai pulita, nemmeno quando un padre lascia andare nel mare il corpo del figlio morto dentro a un barcone di sventurati che cercano fortuna nel mondo dei ricchi.
Ci siamo mai soffermati sullo sguardo d'affetto, misto alla profonda tristezza, di un essere umano che assiste un proprio caro colpito da grave disabilità, dal cancro in fase avanzata, dall'Alzheimer, o forse anche che versa in grave stato di presunta incoscienza come uno stato vegetativo?
Mai togliere la speranza di vita e alla vita, qualunque essa sia, magari «propedeutica» per un futuro migliore, forse eterno!
Nessuno nega la prostrazione, il profondo stato di stanchezza, la tristezza indescrivibile come quella di un familiare, del padre di Eluana nel nostro caso; solo con la nostra presenza partecipata possiamo forse stemperare l'estremo dispiacere di un padre, di una famiglia.
Come possiamo essere certi di dire che è giusto così, che finalmente se ne può andare, che questo era il suo desiderio; anche in questo caso emerge il grande peccato originale dell'uomo che è quello di giudicare gli altri. Nel mio intimo, spero nel mio cuore, sto provando a dare spazio all'idea che noi siamo qui per capire e non giudicare.
Detto da medico, ancora non ho capito se queste persone sono effettivamente in stato vegetativo o (come anche la scienza sempre più interpreta) se vivono in un profondo stato crepuscolare di coscienza.
E da questo stato ogni tanto a sprazzi vedo qualcuno riemergere, magari come Attilio (nome di fantasia) che dà segni emozionali di se quando si stappa una bottiglia di vino e si fa festa tutti assieme per un compleanno; questa è la vita nel nostro centro dove vivono molte di queste persone...che ogni tanto «battono un colpo» e ci dicono ci sono.
Ecco perché non giudico e non dò un valore negativo ad uno stato esistenziale, ma lo osservo e capisco che la tristezza è presente in molti uomini, anche in coloro che parlano e possiedono tutto, ma non riescono a «capire l'anima che hanno», come dice Guccini.
Se questo qualcosa è l'anima, allora è ovvio che per un credente si tratta del più grande dono che abbiamo avuto dalla nostra «creazione», la vera parte di noi che ha «senso di esistere» e di essere circondata da amore; anche se alcuni essere umani hanno voluto dare un valore qualitativo all'esistenza (pensate all'eugenetica), hanno commesso un grave errore (scusate il giudizio) e in questo senso le parole di Giovanni Paolo II° risuonano come un monito: non dividere gli uomini in funzione della loro qualità di vita.
«Ammettere che si possa decidere della vita dell’uomo sulla base di un riconoscimento dall’esterno della sua qualità, equivale a riconoscere che a qualsiasi soggetto possano essere attribuiti dall’esterno livelli crescenti o decrescenti di qualità della vita e quindi di dignità umana, introducendo un principio discriminatorio ed eugenetico nelle relazioni sociali».
Ogni cosa lascia una traccia e qual è il senso da trovare a questa storia se non dire come Vasco Rossi che «domani arriverà lo stesso...anche se questa condizione un senso non c'è l'ha... senti che bel vento, domani è un altro giorno»; solo chi vive può sentire il vento che gli accarezza i capelli, proprio come tuo padre che ti passa una mano tra le tue fluenti chiome.
Un buon pensiero a te che corri o correrai (come tutti noi) su delle celesti praterie.
Paolo Fusaro