Leoni di carta sul fronte del terrore

Un libro svela la divisione della stampa al tempo delle Br

 


Li chiamavano libellisti di corte. Esperti nell’arte delle mezze verità, ignoravano disonoranti sconfitte militari, paurosi buchi di bilancio, scandali politici, finanziari e morali per addossare tutta la colpa al nemico di turno, politico o militare che fosse. Quanto questa attitudine alla menzogna sia ancora radicata nel giornalismo italiano lo denuncia il saggio “Quando i media staccano la spina” di Gilberto Mastromatteo, che prende in considerazione il blackout informativo durante gli anni di piombo.


         Il libro procede con fredda scienza, ponendo a confronto la verità storica e processuale con  articoli scritti “a caldo”, nelle immediate vicinanze, cioè, degli eventi che definiscono il tragico percorso della Brigate Rosse. E così si scopre che, ai tempi del sequestro Sossi, avvenuto quattro anni dopo la fondazione della fazione criminale  e dopo almeno un morto ammazzato e diversi sequestri-lampo, Cesare Lanza sul Mondo afferma che «quando conosceremo i connotati di costoro (i sedicenti brigatisti rossi), scopriremo quello che si è già scoperto dopo la strage di piazza Fontana: una pista rossa diventata nera». Ciò che impressiona, a distanza di più di 30 anni, non è tanto l’ignoranza e la faziosità, quanto l’insopportabile alterigia di molti professionisti dell’informazione: infatti, tutti appaiono refrattari al dubbio. La teoria delle “trame nere” nell’attività delle Br domina nelle prime pagine dei giornali di sinistra ancora nel ’77, tanto che Valentino Parlato scrive sul Manifesto: «Con questa logica, di pura banda o di società segreta delle Br, tutti sanno bene – anche Cossiga – che nessuna parte della sinistra ha alcunché a che fare. Ma i tecnici del mondo delle trame nere conoscono bene questa logica e possono accompagnarla e aiutarla».


         Alla menzogna si intreccia, in qualche caso, la vigliaccheria. Quando Montanelli viene gambizzato, il Corriere della Sera e La Stampa non ritengono opportuno segnalare nei loro titoli il nome della vittima, né dare alla vicenda un adeguato rilievo grafico, tanto che il giornalista ricorderà che «soltanto i miei vecchi amici-nemici Eugenio Scalfari e Giorgio bocca ebbero il coraggio di manifestarmi la loro solidarietà».


         Ma la svolta, nella vicenda e nel libro, si ha con la morte di Herbert Marshall McLuhan. Il celebrato mago dei mass-madia aveva indicato come unico rimedio per sconfiggere il terrorismo l’imposizione del silenzio stampa. Il 5 gennaio 1981 quotidiani di rilievo nazionale, telegiornali, giornali-radio e riviste di partito decidono di aderire alla congiura della segretezza, promossa dal direttore del gruppo Rizzoli Bruno Tassan Din e da Franco Di Bella del Corriere, ufficialmente per togliere ai terroristi la cassa di risonanza offerta loro dai media e per spegnere il loro messaggio di violenza e di morte. Ciò nondimeno, il fronte del black-out si scompagina rapidamente, approfondendo la divisione in seno alla categoria dei giornalisti, confondendo il pubblico, avvalorando tesi fantasiose e complottistiche, il tutto all’ombra della loggia P2,  alla quale avevano aderito i promotori dell’iniziativa. Il quadro si fa opaco, i flussi di informazione intermittenti e confusi, e serpeggia, tra i giornalisti, un generale sentimento di angosciosa impotenza. Geno Pampaloni scriverà: «La stampa italiana è rimasta sola, in questo uragano di violenza, di minacce, di delitti, e di morte».


         Il libro è alquanto ambizioso. Si distacca dal convenzionale schema narrativo per  esporre uno sterminato, quanto complesso ed articolato, catalogo di eventi, colti alla luce della storia  e della sua narrazione mediatica, punti di vista destinati a scorrere in parallelo senza mai incontrarsi. Ed è anche un testo molto astuto: l’autore infatti, si guarda bene dall’incorrere in quegli errori che gli scrittori del genere rivendicano con forza: egli si astiene dalla condanna e non lancia moniti per l’avvenire, rimanendo sul piano dell’oggettività. L’analisi è corredata da alcuni essenziali riferimenti lessicali, ed è proprio la riflessione sul linguaggio e sul potere della parola a rappresentare il primo motivo di attrattiva del libro. Termini come “lotta”, “eversione” e “terrorismo”, così come la fermezza di chi non ha avuto timore di pronunciarli, hanno finito per “scolare la tinta” su un’epoca.

 

                                                 Marco de’ Francesco   

                                                                             (recensione, l'_inkre@dibile il 10 fe. 2007)

 

Gilberto Mastromatteo
QUANDO I MEDIA
STACCANO LA SPINA
Storia del balckout informativo
durante gli “anni di piombo”
Prospettiva Editrice
Civitavecchia – Roma
www.prospettivaeditrice.it

 

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