La latrina metafisica di Marco Gobetti

 

«Si accomodi in bagno, prego». Queste parole si sente dire il visitatore una volta varcata la soglia del teatro sperimentale Fondamenta Nuove di Venezia, nel caso in cui sia in scena l’opera “In-ec-cesso”, di Marco Gobetti. Alla consueta risposta dell’ospite: «ma come si permette?», una hostess spiega che la performance inizia proprio lì, in bagno o, per entrare nello spirito dell’opera, al cesso.

 

Una volta penetrato nell’angusto ambiente, il visitatore non noterà nulla di strano. E’ un locale che ripete il modello classico, con una zona lavabo di due metri per due e diverse porticine ai lati. Ma una voce tuona imperiosa. E’ quella di Marco Gobetti, che ha scelto come pulpito il water della cella prospiciente l’entrata. Sta lì, seduto, e grida: «Kamikaze non si nasce. Forse si diventa. E non è vero che non importa come: importa sempre come. Ma importa a pochi». E poi recita in continuazione un testo di circa venti righe, che descrive i bagni di una fabbrica, intesi come luogo di transito per eccellenza, e che consiglia, a chi volesse sperimentarli, di raggiungere il muro di fondo, perché «potrebbe arrivare un capo o un ruffiano». La fabbrica è solo «un cesso che ha figliato altri cessi».


La prima parte è terminata. Si passa al teatro vero e proprio. Gobetti, dopo aver segnato con la carta igienica i confini di un bagno, rivela di aver ricevuto, tre anni fa, una e-mail da parte di un operaio della Lincea, industria metal-meccanica. Mittente tal Ludovico, fidanzato con Samantha, che lo tradisce con Antonio, suo miglior amico. Ludovico sa della tresca, che anzi si consuma davanti ai suoi occhi; ma non per questo intende uccidersi. Vuole farsi saltare in aria per eliminare la falsità e l’abiezione che, a suo giudizio, discendono dall’esercizio del potere.

 


A tal fine, elegge il bagno della Lincea come luogo dell’autenticità. E’ indifferente ai fetori, perché urina e feci sono cose vere, come la carne e l’amore, e perché riconosce al gabinetto una certa utilità sociale. Il potere, quello sì che puzza: quello che si esercita in fabbrica non è soltanto disumano, ma è sopra ogni cosa inutile, in quanto funzionale alle esigenze della produzione e tende, perciò, ad atteggiamenti seriali che spogliano l’individuo di quelle qualità che Rousseau riconobbe nel “primitivo”. Armatosi di tritolo, e barricatosi con tanto di palmare, il nostro fa miti richieste, come “riposare dopo pranzo” o “ricevere saluti prima degli ordini”. Queste vengono respinte dal capo-officina, soggetto maledetto in quanto, al contempo, schiavo e agente del potere. L’opera termina con una clamorosa esplosione.

 


Il lavoro si regge sulla bravura di Gobetti. Attore poliedrico, con ricorrenti variazioni di tono, dal colloquiale al drammatico, e con passaggi intermedi che smentiscono di continuo la verità di quanto affermato, desta nel pubblico un interesse che prescinde dal finale, alquanto scontato. Il limite più vistoso dell’opera in alcune espressioni, che per bellezza ed efficacia sembrano, come del resto sono, frutto dell’ingegno di un letterato e non, come vorrebbero apparire, di un operaio.

 

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