
La lente scura, dualismo luminista
La Fracassi rilancia il mito di Anna Maria Ortese
La luce? Il doloroso travaglio dei mortali e il circonvenirsi dei deboli, la processione degli inutili e degli impotenti, la sofferenza e la sua gara quotidiana, i sorrisi interrotti e il fiato corto, le lacrime di sangue, il genio umano e la sua umiliazione. Le tenebre? Sottrarsi al prezzo del dolore. E’ la condizione di Anna Maria Ortese, tradotta nell’opera teatrale “La lente scura” dall’attrice Federica Fracassi, diretta da Renzo Martinelli alle "Fondamenta nuove" di Venezia.
La Ortese, scrittrice amata da Pasolini, attraversò lo scorso secolo in disparte, ostracizzata dalla critica sino alla sua riscoperta, avvenuta grazie al repêchage di Adelphi. «Sono sempre stata sola – ammetterà – come un gatto». Segnata dal dolore e dall’indigenza, scoprì il desiderio di un’eternità silenziosa e appagata di sé; in questo tessuto di pensieri, sogni e immaginazioni, avrebbe voluto aprire una breccia irreparabile, ove precipitare anima e corpo, come in un tuffo senza fine.
L’opera, che recupera liberamente l’omonimo romanzo e la raccolta di racconti d’esordio “Angelici dolori”, oscilla tra buio e luce che, come in Caravaggio, De La Tour e Preti, investe il volto o singole parti del corpo. La Fracassi grida, nel suo monologo: «Il sole è demente! Il sole è infame!», mentre scorre una colonna sonora da cartoni animati giapponesi, simbolo dell’assuefazione ai modelli idioti.
L’attrice indossa un paio d’occhiali da sole, grandi, spessi, del genere di moda negli anni ’70, per evitare lo spettacolo dell’italietta sanremese, crudele, grottesca, «vergognosa ammucchiata di ex-tutto, tutti ruffiani». Non c’è spazio per la pietà.
Ma quando l'angoscia è troppo intensa, ecco affiorare l’ultima tentazione del mondo visibile: una corsa scatenata, inconsapevole, - la gara dell’inutilità, che impegna l’attrice per alcuni minuti. Quando ha termine, riemergono il dolore e una solitudine irredimibile.
La luce si spegne del tutto. Dopo qualche secondo, all’adattarsi del visus, da una piccola finestra che dà sulla laguna, filtra una fioca luce lunare, che sembra riconciliarci con la realtà. «E’ solo buio, grida Federica, non è la fine!» - e nel buio si cercano solo le cose che contano.
Impareggiabile interprete, intensa e vitale, la Fracassi ha una voce meravigliosa, che si adatta anche ad un'opera manichea, feroce, che ha la pretesa di dire l'ultima parola sulle cose del mondo. E' tutto "troppo semplice". Sottrarsi alla sofferenza non appare concepibile; le tenebre, infatti, concedono solo uno stimolo momentaneo al vuoto di coscienza. In questo, bisogna ammetterlo, si traduce mirabilmente il pensiero della Ortese che parve ripetere, per tutta la vita, il grido di Kirillov: «La paura è la maledizione dell'uomo!»
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