Skype, la migrazione e le vagine ringhiose

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dakarliciousAdoro Skype, inutile negargli la sua enorme utilità. Chi emigra lo sa bene; e adoro la migrazione, sono ripetitiva e noiosa lo so, ma essa rimane l'esempio palese del cambiamento e dell'evoluzione. Tutto si muove e nulla resta intatto, per quanto la gente si sforzi di preservare l'attimo, il momento storico e la staticità. Per quello ci sono le macchine fotografiche e i telefonini super-mega-performanti. Il mio vicino, guineano cresciuto in Sierra Leone, sposato con una donna australiana, ha deciso di venire a stabilirsi in Senegal dove la madre era emigrata una decina di anni fa. Ha preso i modi di fare occidentali e la fermezza e la forza dei senegalesi, pur restando sempre attento e gentile. Adoro le persone che sorridono e chiedono "permesso", "scusa", "per favore". Dopo aver messo il wi fi è venuto porgendomi la password scritta su un foglietto a righe, "tieni, cosi puoi chiamare tua figlia". "Paghiamo a metà?" gli ho chiesto. Lui ha scosso la testa, ha sorriso ed è risalito. 

 

Non gli ho mai chiesto la sua età ma non credo ci sia una grande differenza tra noi. Si chiama Djibril ed é lui che ha preso il posto del mitico Giuliano, il ragazzo della Guinea Bissao con i rasta, accompagnatore di attempate signore europee che, in cambio di una cavalcata d'altri tempi si riproponevano di pagare vitto, alloggio, vizi e capricci dell'esotico compagno. Peccato pero' che l'ultima della lista, stanca dei continui tradimenti e delle fatture salate avesse chiuso i rubinetti e cosi, dopo quattro mesi di affitto non pagato, Giuliano se l'era filata alla bella e buona lasciando la sua tartaruga in giardino e qualche vecchio vestito. Giuliano era una macchietta, riempiva il salotto di baye fall e rideva sempre, sguaiato come solo una comare napoletana sa fare. E poi é sempre stato paziente con mia figlia, assecondando i suoi giochi e le sue ripetute visite improvvise, "Giuliano", urlava da sotto casa verso il balcone e lui si affacciava sempre, rispondendole in italiano. Djibril non ha i rasta ed assomiglia a tanti ragazzi senegalesi tarchiati, sempre ben vestito e decisamente riservato. Djibril fa l'elettricista ed é lui che costantemente ripara gli infiniti acciacchi del sistema di casa, troppo vecchio per soddisfare le richieste dei nostri mederni apparecchi elettronici. Ieri sera, dopo più di un mese, sono riuscita finalmente a parlare con lui e la moglie. "Ti piace vivere qui?" mi ha chiesto lei. "Dipende, alle volte si, alle volte no", ho risposto io, abituata ad una domanda tipica da vacanziere stupito di vedere un bianco vivere in Africa. E' scoppiata a ridere e mi ha detto in inglese: "me too!". Salita, ho chiesto a lui dove si fossero incontrati e lui, sorridendo mi ha detto: "Su Facebook".

Ho passato una sera a parlare con amici, vicini e lontani nello spazio e nel tempo. Dalla mia casa padovana addobbata con l'albero e il presepe, di fronte allo schermo, mia figlia e il padre, senegalese, da nove anni emigrato in Italia e i miei genitori, un veneto e una sicula, quarant'anni fa emigrata dalla Sicilia al Nord Italia per inseguire un sogno, insegnare. Mia figlia rideva, guardando il padre, ormai italiano e raccontandogli delle sue avventure estive in quel di Thiès con i nonni senegalesi. Io, seduta in un salotto di un appartamento in pieno Yoff, una pagne arancione arrotolata in vita, ascoltavo e mi sembrava che il Natale in famiglia fosse anche qui.

"Ti serve qualcosa?" mi ha chiesto Lamine, in procinto di partire per il Senegal in macchina ed io ho riso pensando a quanto surreale fosse questo momento.

Da Milano e Parigi ancora due telefonate con Mamadou e Paco, emigrati, come me, in cerca di fortuna; le risate, la tristezza e la malinconia cancellata da ricordi comuni. "Certo che sei proprio senegalese", la frase che mi ripetevano più spesso, loro, la sciarpa al collo e i maglioncini trendy che mi ricordavano tanto i ragazzi milanesi dei lounge più alla moda.

Nessuno puo' capire il legame che esiste tra noi, forse solo io e loro. Troppe volte ho dovuto digerire argomenti superficiali e banali sulla tematica migratoria. I migranti non sono numeri, non sono categorie rigide, non sono business, non sono schiavi. I migranti sono persone. Noi, siamo esseri umani. E la migrazione non é mai facile, spesso non é neppure scelta ed é fatta di lunghe separazioni, di nascite e morti vissute da lontano, di vite spezzate, di lacrime e nostalgia. Al tempo stesso pero' é anche tanto, é apprendimento, é conoscenza, é scoperta, é tessere relazioni che permetteranno poi di far crescere progetti, sogni, speranze. In queste reti io ho tessuto la mia vita e, queste reti, fatti di migranti che come me avevano percorso la stessa strada, mi hanno salvato proprio da quella nostalgia e da quei distacchi che, altrimenti mi avrebbero ucciso. Mamadou mi parla dell'Italia come se ci avesse sempre vissuto, e Paco, ridendo, mi chiede di come sta il fratello che lavora in un negozio vicino a casa mia come se, io e lui, facessimo parte della stessa famiglia. Voglio un enorme bene, sia a Paco che a Mamadou e loro ne vogliono a me, sinceramente.

No, non tutti i senegalesi sono come li dipingete. Ho conosciuto un'infinità di uomini sinceri e buoni, lavoratori e seri, innamorati e fedeli. Ma questi non aumentano le chiacchiere su Facebook e neppure calmano la rabbia di cuori infranti e vagine tradite. Lo sapete, voi colleriche nemiche dell'uomo e ricercatrici di uccelli esotici, che anche voi avete fatto soffrire, avete deluso, avete tradito, avete lasciato?

"Ivana! Adesso ci potremo vedere sempre!" ho detto alla mia migliore amica croata agitandomi davanti alla telecamera. Lei rideva appoggiando la mano davanti alla bocca come una dama ottocentesca. Dietro di lei, sullo sfondo, la cucina e suo marito, italiano, intento a preparare da mangiare. Filippo é padovano, come me ed é cuoco. Per amore ha deciso di trasferirsi in Croazia dove ha subito trovato un posto come chef in un ristorante di Zagabria.

"Come ti trovi di nuovo a casa? Meglio?" le ho chiesto e lei, con un tipico accento veneto mi ha risposto "Boia! Ghe credo!".

Davvero è possibile stabilire un confine tra chi è chi e chi viene da dove?

E a voi che ergete confini vi dico, non affaticatevi, perdete tempo. Andate al bar, in metro, in treno, in un parco, in Chiesa, in Moschea, dal fruttivendolo, dal macellaio, dal parrucchiere e sedetevi a parlare con la gente, scoprirete che l'Italia è un paese dai mille volti e dalle mille sorprese. Senza accorgervi viaggerete in un'infinità di paesi e troverete che l'Italia è amata in mille occhi di differente colore e che nulla é più arricchente di un incontro.


Chiara Barison

DAKARLICIOUS

17 dicembre 2012

 

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