L’impresa irachena

 

Il 29 luglio 2007 resterà negli annali per la storica vittoria dell’Iraq nella coppa d’Asia di calcio. Gli iracheni si sono imposti nella finale disputata a Jakarta contro la favorita Arabia Saudita.

La squadra irachena, mai andata oltre i quarti di finale,  torna a Baghdad per farsi festeggiare dalla popolazione entusiasta. Tuttavia grande è il rischio di attentati tanto che alcuni giocatori, temendo per la propria vita, rinunciano al party di benvenuto.


I tifosi della capitale irachena invadono le strade rompendo il coprifuoco imposto dalle autorità; non mancano i canonici colpi di kalashnikov che già nella semifinale erano costati la vita a sette persone. Sempre in quel tragico giorno un terrorista si era fatto esplodere tra la folla, 50 le vittime.


Tuttavia nulla ha potuto contenere l’emozione della nazione che scene in piazza gioiosa, ringraziando Allah e reggendo la bandiera irachena.

 

Scene commoventi pensando alle mille difficoltà di una nazionale costretta a prepararsi in carenza di strutture e mezzi. Gli allenamenti sono stati effettuati da solo sei giocatori, perchè i club privati li tenevano per sè; molti atleti, inoltre, sono stati colpiti da lutti e sofferenze, come tutti gli abitanti di un Paese dilaniato dalla guerra e dal terrorismo.


Una squadra, quella irachena che, composta da sciiti, sunniti e curdi, è riuscita a mettere da parte i rancori etnici per raggiungere il trono d’Asia. Molto si deve all'allenatore brasiliano Jorvan Vieira, anche se per tutti l’eroe della finale è il capitano Kalef  Mohmoud Younis che al 72° ha firmato la rete della vittoria.

 

Il successo della nazionale non è solo calcistico ma anche e soprattutto sociale.   «I nostri politici - ha detto commosso un cittadino iracheno dal volto dipinto con i colori della bandiera - dovrebbero prendere esempio dalla squadra e unire con la stessa energia tutto l’Iraq».

Il calcio in Iraq è, come in molti paesi, lo sport più amato e seguito; negli ultimi vent’anni, tuttavia, è stato travagliato dalla dura repressione del regime di Saddam Hussein. Era infatti oggetto delle attenzioni del figlio del dittatore, che non risparmiava torture e incarcerazioni.


Dopo l’invasione americana e l’avvento dell’ amministrazione provissoria, anche il calcio sta tentando il lento cammino verso la normalità. La vittoria a Jakarta è sicuramente un segno positivo e un passo verso l’unità del Paese.

Giulia Carraro

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