La nostra Costituzione prevede che ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere, abbia diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. In effetti, è principio basilare di ogni democrazia quello in base al quale, chi ha maggiori possibilità sopperisca ai bisogni di chi non ne ha altrettante. Si tratta di una garanzia minima, che presiede ad un corretto ordine sociale. Nulla vieta tuttavia, che in presenza di maggiori risorse disponibili, si possa anche fare di più, magari garantendo forme simili di assistenza anche per i non cittadini che si trovano sul suolo della nostra Repubblica. Chi, potendo, non aiuterebbe un altro essere umano in stato di bisogno?
Tuttavia, spiace doverlo far presente, la realtà è ben diversa da quello che tutti noi vorremmo. E la diversità sta nel fatto che anche i vincoli di solidarietà sociale sono destinati a restare inattuati, dove le risorse mancano. Si rende così necessario operare una scelta ed è proprio qui, che la Costituzione torna in ballo... Ma facciamo un passo indietro. Un Comune qualsiasi del Veneto, bacheca degli annunci al pubblico, bando di gara per l'assegnazione delle case popolari: nell'elenco dei requisiti di idoneità per accedere a tale forma di assistenza sociale si fa riferimento alla residenza, ma non alla cittadinanza. Quest' ultima conta meno di zero. So da tempo che essere italiani non rappresenta un grande vantaggio, qui però si è andati oltre. Il risultato consiste nel fatto che un nostro concittadino, che magari ha pagato le tasse per anni in questo Paese ed ora si trova in condizione di bisogno, si vede negare un alloggio perchè davanti in graduatoria si piazza uno straniero. Se ci fossero case per tutti, poco male. Ma come credete che si senta quella persona, alla quale è stato chiesto per una vita di contribuire al progresso materiale o spirituale della società, ora? Si sente defraudata, come minimo.
Certo che quando sono stati elaborati i parametri che permettono una tale ingiustizia, l'Italia non era meta di una immigrazione su vasta scala. Appunto per questo occorre rivederli. Spetta alla Regione, tra una addizionale irpef, un aumento dei bolli auto ed uno statuto che “non s’ha da fare”, trovare il tempo e la forza politica per provvedere in tal senso. Qui non si tratta di mettere in condizione di accedere all'edilizia pubblica residenziale solo i cittadini, ma di far contare di più il loro status in graduatoria. Sempre che quella logica sinistrorsa falsamente terzomondista, alla quale assistiamo da tempo, che ha portato le nostre città ad essere meta di criminalità estera più che di turismo culturale, lo permetta.
Resta il problema di attuare politiche abitative per quelli stranieri che, comunque presenti nel nostro territorio, ne abbiano bisogno. Una ottima soluzione, sarebbe quella di incentivare i Comuni a fare da mediatori con i proprietari per garantire maggiormente la posizione di questi ultimi: canone sicuramente corrisposto e tempi certi per liberare l' alloggio: ecco la ricetta per trovare casa agli stranieri. La legge prevede che debbano avere un lavoro per venire legalmente nel nostro Paese, quindi un affitto potranno pure permetterselo. Su questa linea, a dire il vero, si era già mossa la precedente amministrazione del Comune di Padova; speriamo si facciano ulteriori passi in quella direzione. Non si possono lasciare fuori dal discorso neppure gli imprenditori, in quanto importatori di manovalanza a basso costo; essi devono, ed alcuni già lo fanno, assumersi anche una parte del costo sociale che ha l' immigrazione da loro incentivata. Non è giusto che si approfittino di un fenomeno che poi, indirettamente, grava sulle tasche di tutti i contribuenti.
Probabilmente, con la riforma auspicata dei criteri di assegnazione delle case popolari, con il ruolo delle istituzioni a mediazione e garanzia, unito ad una più viva assunzione di responsabilità degli imprenditori, si riuscirebbe a dare risposte concrete alle esigenze abitative di molti, assicurando anche una maggiore pace sociale, che faccia da sfondo ad una vera integrazione.
Stefano Lazzarini
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