Circa un anno e mezzo fa l’ Italia rinunciava al governo di centro destra. Dava fiducia al governo di Prodi, che sembrava offrire molte più speranze e aspettative ai giovani.
É cambiato qualcosa? No, i giovani sfilano ancora per le piazze rivendicando diritti che probabilmente non arriveranno mai.
Quali diritti cercano? Lavoro, indipendenza, autonomia, rispetto; insomma, una vita normale.
I posti di lavoro promessi dalla classe politica non si vedono soprattutto per attività qualificate, quasi che studiare faccia male. Infatti, in media, coloro che non hanno nemmeno terminato la scuola dell’obbligo percepiscono stipendi più alti degli altri, e questo è una specie di paradigma per un Paese in caduta libera.
L’italia è all’ultimo posto nella vecchia Europa per finanziamenti alla ricerca: circa il 2% del PIL. E non pare che si stia sforzando molto neppure sulla concessione di dottorati di ricerca: in questa classifica è all’ultimo posto. Spagna, Portogallo e Grecia si trovano in posizioni arretrate nelle classifiche assolute, ma in quelle incrementali (che si riferiscono cioè ai progressi negli ultimi cinque anni) figurano quasi sempre, al contrario dell'Italia, nelle prime posizioni. Questi paesi cioè, pur partendo da posizioni iniziali più sfavorite rispetto all'Italia, stanno facendo sforzi consistenti per uscire da uno stato di ritardo scientifico e tecnologico.
I giovani non chiedono solo un maggiore investimento nelle ricerca, ma anche l’assunzione di under 35 nell’istruzione. Siamo il paese con la più alta percentuali di professori anziani; basti pensare che soltanto nove professori universitari in tutta la penisola hanno meno di 35 anni.
Nei paesi europei e non solo i professori universitari non hanno una carica vitalizia,come in Italia, ma anzi il loro mandato dura 5 anni e va riconfermato, permettendo il ricambio generazionale.
Esclusi i delicati settori dell’istruzione e della ricerca, va meglio in altri ambiti?
I dati parlano chiaro: 7 giovani su 10, tra i 20 e i 34 anni, sono costretti a vivere in famiglia perche’ sono lavoratori precari e non hanno le disponibilita’ economiche per andare a vivere da soli. Inoltre sono sempre di piu’ i giovani fra i 30 e i 34 anni che restano a casa con i genitori: erano il 19,9% nel 1995, contro il 29,5% nel 2005. Ma la colpa è davvero soltanto del lavoro a tempo determinato? Sì e no, nel senso che il precariato in Italia è a livelli europei, ma gli italiani sono molto meno competitivi sul mercato del lavoro; cominciano e terminano l'Università con notevole ritardo, e aggiungendo qualche anno di praticantato si rendono indipendenti molto più tardi.
Una volta approdati al mondo del lavoro, non hanno i mezzi per autosostenersi: infatti secondo l'Istat (Istituto italiano di statistica) i rapporti stipendio/costo della casa e stipendio/costo dell’affitto sono tra i più bassi d’Europa.
Questo immobilismo culturale ed economico tipico della società italiana non può competere con la realtà europea e mondiale, in continua evoluzione. Il rischio che si corre è quello di rimanere costantemente indietro.
I ragazzi italiani non sono “bamboccioni” perchè non è una loro scelta vivere in casa con i genitori; sono sicuramente più “mammoni” rispetto ai colleghi europei: tardano, cioè a rendersi indipendenti. La separazione dalla famiglia avviene solo con la convivenza o il matrimonio, senza periodi intermedi di indipendenza che favoriscono una migliore comprensione della realtà, della gestione delle risorse e in generale della vita adulta. Questa responsabilità è sopratutto delle Università che dovrebbero disporre di molti più alloggi e borse di studio non solo per i non abbienti ma anche per i meritevoli e volonterosi; ma la meritocrazia, si sa, non è cosa italiana.