Attori del proprio sviluppo nella malattia cronica
La malattia cronica rappresenta una grande sfida allo sviluppo, perché pone limitazioni fisiche rispetto a quelle normalmente presenti nella vita delle persone. Inoltre vivere una malattia cronica non è la stessa cosa che far fronte a un evento drammatico ma delimitato nel tempo, come possono essere un incidente stradale o una polmonite. Anche episodi di questo tipo comportano momenti di grave crisi, in cui la vita stessa può essere un pericolo, momenti però seguiti da una convalescenza e da una guarigione, se pure con tempi lunghi. La malattia acuta, in altre parole, è circoscritta in un tempo definito e ci si attende, dopo la sua conclusione, un ritorno alla normalità. Ciò non avviene nella malattia cronica, che è per definizione duratura perché non guaribile e, spesso, nemmeno trattabile nei suoi sintomi più gravi. Dal momento della sua comparsa, essa comporta la necessità di affrontare quotidianamente, e per il resto della propria vita, una condizione di disabilità e malessere, di diversa gravità, che tende per lo più in certi casi a peggiorare nel tempo.
Per questo la malattia cronica impone degli adattamenti particolari che, al di là delle specificità di ogni patologia, sono sostanzialmente simili: si tratta di imparare a vivere la propria vita crescendo al meglio, nonostante le maggiori limitazioni che quotidianamente la malattia impone negli affetti, nel lavoro, nella vita sociale. E’ un’operazione faticosa e mai conclusa, perché va continuatae rinnovata per ogni giorno della propria vita.
La persona deve costantemente adattarsi agli aspetti propri cognitivi, che si basano su conoscenze, analisi, riflessioni, valutazioni, previsioni e progetti.
Riconoscere che l’azione della persona malata è essenziale per una migliore gestione della malattia e per un maggiore benessere individuale e sociale è condizione indispensabile perché anche il malato cronico possa realizzare il migliore adattamento e il migliore sviluppo possibili. Perciò si tratta di riconoscere che gli attori dell’intervento terapeutico non sono solo i medici e le strutture sanitarie e delle strutture che se né occupano, ma l’attore cruciale è il malato, e di questo devono essere consapevoli sia il malato steso che le persone che di lui si prendono cura.
Alessandra Bottazzo
commenta