Padova, città allo sbando
Giugno 2002, una serata qualsiasi, Piazza delle Erbe.
Il tramonto su Padova, tanti giovani, per lo più studenti universitari, piccoli ma svariati crocchi di persone dai 16 ai 40 anni con uno spritz in mano, vocio di sottofondo, cenni di saluto, tormentoni dell’estate, motorini che giungono e che se ne vanno, qualche cane al guinzaglio, profumi di pizzette e tramezzini, plateatici pieni.
Giugno 2007, una serata qualsiasi, Piazza delle Erbe.
Il tramonto su Padova, tanti giovani, gruppi di persone dai 16 ai 40 anni seduti per terra con bottiglie di vino o birra, cani sciolti, sporcizia, bottiglie abbandonate, vetri rotti, striscioni politicizzati, un banchetto con uno stereo, musica ad alto volume, un “leader” del branco che aizza i suoi col megafono, bar chiusi, saracinesche abbassate, due pattuglie della Polizia e una dei Carabinieri.
In che Padova viviamo? Non la si riconosce più; per avere un'idea di come fosse si deve passeggiare per il centro di sabato pomeriggio, e non attardarsi oltre le 19.
Oltre quest’orario si prova un senso di smarrimento, i pensieri ripercorrono le immagini del passato e alcune considerazioni prendono forma nella mente.
La prima riguarda le forze dell’ordine: quelle tre pattuglie poste in Piazza delle Erbe non possono controllare il territorio restante della città, né svolgere una funzione deterrente nei confronti dei malintenzionati; sono costrette a restare lì, e quei pochi uomini poco possono fare nel caso in cui la situazione degeneri, dovendo confrontarsi con centinaia di persone.
La seconda riguarda la libertà di manifestare le proprie idee: penso che discutere normalmente permetta ad ognuno di dire la propria senza creare alcun fastidio; “assediare” costantemente una piazza, come in un comizio politico, non permette invece ai terzi di esprimere le proprie posizioni.
La terza considerazione riguarda il turismo: che idea potrà farsi un visitatore che passeggi per le vie del centro oggi?
Carlo Maretto
(31 maggio 2007)
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