Noi “bamboccioni”, figli di una generazione di manigoldi

che è scappata con la cassa

Da pochi giorni, il sottoscritto ha scoperto di far parte di una nuova categoria sociale di invenzione governativa, ovverosia quella dei “bamboccioni”, con la quale il Ministro Padoa Schioppa, sdegnosamente, addita i trentenni che ancora osano vivere sotto lo stesso tetto di chi li ha generati, o da questi ultimi risultano essere in qualche modo mantenuti. Posto che la cosa mi urta un tantino i sentimenti, cercherò di evidenziare alcuni punti della questione per chiarirne degli aspetti, che credo essere cari a molti miei coetanei.


Per prima cosa quella dei bamboccioni, caro Ministro, non è una categoria elettiva, bensì una condizione forzata di chi non ha una alternativa praticabile: Lei ha una vaga idea di quanto costi oggi andare a “vivere da soli”? Grazie all’onnipotente impero delle banche, che negli anni scorsi hanno concesso prestiti a chiunque pur di rilanciare il mercato immobiliare nel quale esse stesse concludevano affari, salvo oggi fare una politica di rialzo dei tassi di interesse per massimizzare i guadagni, la rata di un mutuo per un alloggio con due camere in una grigia periferia suburbana ammonta, più o meno, alla mensilità di uno stipendio medio. Il che vuol dire che per campare si hanno due alternative: pane, amore e fantasia, oppure farsi aiutare da mammà.


Come se ciò non bastasse, anche trovare un lavoro non è che sia cosa facile. Ti viene suggerito di studiare, perché così le possibilità di arrivare a produrre un reddito decente, che ti consenta di mantenere una famiglia, dovrebbero aumentare, ma poi scopri che un neolaureato in Italia ha delle prospettive che, sotto quel profilo, sono ben peggiori di quelle di un quindicenne che decida di fare l’idraulico. Tutto ciò grazie alla generazione che ci ha preceduti, che si è inventata qualsiasi schifezza pur di campare sulle spalle dei giovani: sono i nostri padri, caro Ministro, che vivono grazie al lavoro gratuito dei figli, non il contrario.


Come ciò è possibile? E’ presto detto: grazie a tutte quelle bellissime forme contrattuali di lavoro, improntate alla precarietà più assoluta senza diritti, introdotte nel mercato dalla riforma Treu e Biagi, tanto per cominciare. Ha presente? Dovrebbe, visto che nella passata legislatura i suoi compagni hanno detto peste e corna sull’argomento, tutti i giorni che ha fatto il Signore, salva una amnesia totale quando si è trattato di andare al governo del Paese. Me le ricordo solo io le piazze, stracolme di bandiere rosse contro il precariato? Li conosco solo i quei giovani che cambiano lavoro tre volte in un semestre, ai quali nessun istituto di credito presterebbe alcunché, se non gli strozzini? Quei giovani che, quando sono fortunati, stanno a tempo determinato per due anni, con la scusa del “picco di produzione”, prima di essere lasciati del tutto a casa?


Ma i mezzi utilizzati per sfruttare i miei coetanei hanno come limite la sola fantasia: si chiamano “stages”, tirocini gratuiti, praticantati spesato solo sulla carta e chi più ne ha più ne metta, ma sempre sotto lo stesso comune denominatore: tu lavori e loro non ti pagano.


Mi permetta di ragguagliarLa su un fenomeno di cui conosco bene i contorni, ovvero la pratica legale che un giovane laureato in giurisprudenza deve affrontare per fare carriera forense: tecnicamente si tratta di otto ore al giorno per due anni con un rimborso spese per imparare il mestiere; di fatto le ore non sono mai meno di dieci e le spese te le scordi, al più qualche briciola rigorosamente in “nero”. In compenso, l’ultimo avvocato con cui ha avuto a che fare la mia famiglia si è fatto saldare il conto, dicendo che la fattura l’avrebbe inviata a casa in un secondo momento; sono passati tre anni e non si è vista. Per la cronaca: la causa l’aveva pure persa.


E sì, caro Ministro, la sua generazione ha anche questo piccolo vizietto: l’evasione fiscale, che si mangia un quarto del prodotto interno lordo del Paese. Grazie ad essa, la mia generazione è destinata a lavorare per pagare l’enorme debito gentilmente lasciatole, senza neppure la speranza di andarci in pensione, visto il progredire della situazione. Mi creda, le cose stanno proprio così: la preoccupazione ricorrente di intere classi sociali è come frodare il fisco; se ha dei dubbi posso presentarle il mio idraulico, il mio pittore, il mio carrozziere o, se preferisce, una valanga di gente che quando chiedi loro una fattura pensano alla magia nera prima che alle tasse, perché con queste ultime proprio non hanno familiarità. In compenso, possiamo consolarci con le politiche governative di sostegno alle giovani famiglie… Il sarcasmo dovrebbe risultare talmente ovvio, da non meritare che mi dilunghi inutilmente.


Se il quadro, da me succintamente tracciato, dovesse apparire anche solo vagamente familiare a chi legge, allora saranno chiari anche i motivi per cui un giovane trentenne fatica a rendersi indipendente. Non si tratta di bamboccioni viziati, ma di persone con un carico pesante sulle spalle: un Paese che arranca, sperando che prima o poi arrivi una generazione che saldi il conto. Su un aspetto però il Ministro ha colto nel segno: una certa indolenza giovanile. Ma non si tratta di indolenza nel cercare lavoro o nel finire gli studi, bensì nell’avere la capacità di formare una massa elettoralmente coesa che faccia valere le sue ragioni, mandando a casa quei “valorosi padri” che le hanno lasciato un debito così pesante da pagare.

Stefano Lazzarini

 

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