
Acqua sulla torcia cinese
La fiaccola olimpica ha rischiato di spegnersi. A Londra l’assalto dei contestatori ai tedofori è quasi riuscito, ed è stato sventato solo per il pronto intervento dei bobby inglesi, per l’occasione in assetto di guerra. Spintoni, arresti, contusi, fughe, grida, slogan, cartelloni e manganellate: questo lo scenario londinese, destinato probabilmente a ripetersi in tutte le grandi capitali, lì dove il melting pot, la cultura urbana e l’amalgama delle razze è sprone alla difesa dei diritti delle minoranze, ovunque esse si trovino.
E la minoranza da tutelare è quella tibetana. Da mezzo secolo, ormai, l’occupazione cinese del Tibet ha portato allo sfacelo di una cultura millenaria, all’esproprio dei beni pubblici, alla confisca di quelli privati, al carcere per i dissidenti, all’esilio per il Dalai Lama (il capo spirituale) e alla morte per molti. Il nuovo corso cinese, mostro bifronte che coniuga capitalismo da formicaio organizzato e credo unico socialista non è riuscito, ovviamente, a sanare la situazione.
I tibetani chiedono indipendenza o, perlomeno, autonomia. I cinesi perseguono l’annientamento formale dell’individuo in quanto tale o del gruppo in quanto diverso dal partito. Il mondo chiede alla Cina un abbozzo di diritti umani, tanto per salvare la faccia. Perché la Cina è uno dei quei paesi che non possono essere messi seriamente in discussione: con un tasso di crescita prodigioso e un fiume in piena di investimenti americani, giapponesi ed europei, si candida a diventare la prima potenza mondiale per prodotto interno lordo. Gli analisti stimano in 30, 35 anni il tempo necessario al sorpasso sugli Usa.
La Cina ha premuto sulla comunità internazionale per ottenere le olimpiadi. Ha bisogno di un evento mondiale per un generale restyling d’immagine, e ha investito nell’evento sportivo l’equivalente delle ultime due finanziarie italiane. In cambio, una vaga promessa di fronte al Cio (Comitato olimpico internazionale) di «aiuto allo sviluppo dei diritti umani».
Ma è un impegno che non può mantenere. E’ il modello economico sociale della Cina a non consentirlo, e questo agli organismi sportivi a livello mondiale non poteva sfuggire. La Cina funziona solo se certi diritti (quasi tutti per la verità, tranne quello di arricchirsi) restano sospesi e solo con un dirigismo elementare e spietato, quale quello dei faraoni in Egitto. La Cina non ha mai conosciuto la democrazia, e non saprebbe neppure controllare il boom economico senza le maniere forti. Tutte cose che si sapevano, ma che sono passate sotto un silenzio “istituzionale”, dovuto al timore che Pechino congelasse gli investimenti di questo o di quel paese.
«Il Tibet è un affare interno alla Cina» - dicono i dirigenti cinesi, e il mondo resta a guardare. Le scaramucce attorno alla fiaccola un po’ fanno colore, un po’ inteneriscono, un po’ mettono in pace con le coscienze.
Marco de’ Francesco
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