
Bush, fallimento americano
George Walker Bush Junior è già passato alla storia per essere stato il peggior presidente americano di tutti i tempi. Peggiore di Richard Milhaus Nixon, che ereditava da Lyndon Johnson la polveriera del Vietnam e del movimento per i diritti civili, la guerra fredda e la crisi petrolifera. Cadde all’inizio del secondo mandato per “impeachment”, in seguito allo scandalo Watergate. A Bush sarebbe venuto comodo proprio un “impeachment” per togliere il disturbo prima del tempo.
Di scandali la sua amministrazione ne ha superati tanti, cavalcando l’onda lunga della paura dell’11 settembre e della guerra ai terroristi, ma nell’estate del 2005, con l’alluvione che ha distrutto New Orleans, colpita ferocemente dall’uragano Kathrina, qualcosa tra Bush e l’elettore medio si è incrinato: il rapporto di fiducia. Che Bush non fosse intelligente, né affidabile, né capace il popolo americano lo aveva capito; grave è che abbia perso gradualmente fiducia nella sua integrità morale e nella sua “missione”. Che non abbia fatto proprio nulla per evitare una crisi su suolo nazionale quando i militari statunitensi erano sparsi in giro per il mondo a “proteggere il paese” è apparso evidente anche al repubblicano più incallito, e ne ha risentito il consenso, sceso al minimo storico del 28%.
Inadeguatezza è la parola che esprime il sentimento comune a sei anni e mezzo dall’11 settembre e che i documentari messi al bando dal Patriot Act (una trovata reazionaria e incostituzionale, che non ha certo contribuito alla serenità dei cittadini americani) rivelano con impietosa crudezza. La faccia perplessa di Bush al momento in cui gli viene comunicato l’attacco alle torri gemelle, colto alla sprovvista mentre sta leggendo un libro con dei bambini in una scuola della Florida; proprio la Florida dei voti pilotati dal cugino Jeb. I sette minuti trascorsi abulicamente riflettono impietosamente la tempra dell’uomo.
Bush non è un leader, non ha carisma, è “clueless”. E attaccare Afghanistan e Iraq senza un piano di ricostruzione post-bellico che andasse oltre lo sfruttamento dei pozzi petroliferi e l’instaurazione di un governo fantoccio è stato il suo più grave errore. Da quando Bush ha dichiarato di aver vinto la guerra in Iraq, nel lontano 2003, gli USA hanno continuato a perdere uomini, più di quattromila in cinque anni, sacrificati uno dopo l’altro al ventre affamato della Mesopotamia. Le dichiarazioni sono sempre le stesse: “Mission accomplished”, ma l’esecuzione di Saddam Hussein non ha messo freno alla violenza, e Bin Laden appare puntualmente in video secondo una chiara strategia della paura.
Il tema è manicheo: massimo sostegno alle truppe, massimo sostegno al presidente. O con noi o contro di noi. Ma la società americana ha già cominciato a interrogarsi e a darsi delle risposte, a preparare il terreno del cambiamento, a partire dalle prossime elezioni. Nessuno rimpiangerà l’amministrazione Bush, impantanata tra le brutture di Guantanamo e di Abu Ghraib, tra gli avamposti iracheni e gli altopiani afghani, un’amministrazione controllata dalle lobby del petrolio, del tabacco e dell’industria bellica, complice dello scandalo Enron, della fuga dei Bin Laden, del riscaldamento globale. Un’amministrazione contestata in tutte le sedi, inclusi gli Academy Awards: Michael Moore, regista dall’humour noir, ha firmato lo sconvolgente “Fahrenheit 9/11” e recentemente anche Robert Redford ha denunciato la politica americana con “Lions for Lambs”, “Leoni per agnelli”. Le certezze dell’America scricchiolano in nome della Homeland Security (letteralmente la “Sicurezza della Madrepatria”), eretta a fine ultimo della massiccia campagna di presidio militare in Medio Oriente.
Daniele Chiti
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