home

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

padova

economia

 
 
 
 
 
 

 

Rara immagine di schiavo africano liberato dalla marina inglese

 

Precariato, cresce l'esercito dei nuovi schiavi

 

PADOVA – Chi per esperienza, chi invece solo per sentito dire si è trovato a fronteggiare una situazione che ormai sta dilagando un po’ in tutta Europa. Da bravo italiano, però, mi occuperò del nostro «Bel paese», che ultimamente per tutta una serie di motivi tanto bello poi non è.


Quando i nostri genitori ci rinfacciano che non abbiamo ancora messo la testa a posto, che non abbiamo ancora un lavoro che ci frutta 10.000 euro al mese dopo la laurea, forse sarebbe bene si interrogassero e cercassero di capire le tendenze della società odierna.


Se la repubblica italiana è un paese democratico fondato sul lavoro, chi può vantare di averne uno con una certa stabilità si conta ormai nelle dita di una mano, nonostante i titoli di studio conseguiti e le esperienze maturate anche in ambiti diversi pur di potersi mantenere gli studi o concedersi qualche sfizio.


La realtà è davvero triste: se nemmeno una laurea consente di aspirare a un lavoro sicuro, allora viene da domandarsi veramente dove stia andando la nostra società.


L’unica soluzione è affidarsi a une delle migliaia di realtà di occupazioni precarie, dove vige il motto «piuttosto che nulla meglio piuttosto», dove moltissimi giovani si accontentano pur di tirare a campare, e sono costretti a restare dai loro genitori per non dover pagare un affitto, figurarsi un mutuo.


In questi nuovi contratti di vecchio stampo che si nascondono col nome di Co.Co.Co. o contratti a progetto, i giovani trovano un appiglio e una magra consolazione alle loro ansie, che in molti casi diventano condizioni disperate per il continuo sciogliersi dei contratti per accenderne di nuovi, solo per agevolare i datori di lavori che godono dei benefici fiscali derivanti da tali rapporti.


Queste logiche di sfruttamento, molto diffuse nei call-center, rendono schiavi i giovani, li sviliscono e mortificano nel loro Io, facendo credere loro che l’unica salvezza nell’epoca moderna sia accettare tutto senza chiedersi se non vi sia una scappatoia a questo girone dell’Inferno.


Ebbene sì, molti se ne vanno all’estero, dove in molti casi la persona vale per quello che sa fare, per quello che è e non per le raccomandazioni che sventola, dove la società è meritocratica e pertanto tutti quelli che hanno un titolo di studio e tanta voglia di mettersi in gioco possono trovare un posto degno.


È inevitabile cadere, farsi male, sbagliare nei primi passi che si muovono, e anche chi decide di rimanere in patria perché non conosce le lingue o perché per vari motivi è impossibilitato a spostarsi deve mettersi all’opera e avere la volontà di cambiare, anche se questo richiede un prezzo da pagare.


Chi ha trent’anni, tanti sogni nel cassetto di rendersi indipendente dalla propria famiglia ma pochi soldi deve comunque essere realista e fare i conti con la realtà quotidiana, fatta di difficoltà nel tenersi stretto il proprio lavoro, magari precario, nel continuare a chiedersi se un giorno mai ci sarà la possibilità di contare su un lavoro che non sia un ripiego ma un’occupazione che rispecchi almeno in parte ciò per cui si è studiato, che dia soddisfazione, e che offra un minimo di stabilità, da potersi permettere una certa indipendenza economica.


Infatti, proprio questo spaventa molti giovani d’oggi, la paura del rischio, perché mentre un tempo se ci si buttava ci si faceva relativamente male, oggi la probabilità di restare in brache di tela è molto maggiore: da una parte, non c’è niente a garanzia di eventuali errori (un lavoro fisso a tempo indeterminato); dall’altra, nonostante un lavoro con questi requisiti l’inflazione, i tassi dei prestiti alle stelle, e il potere d’acquisto dei salari e stipendi sempre inferiore scoraggiano molti a fare il salto decisivo di uscire di casa, con la conseguente battuta che elegge allo status di eterni «bamboccioni», avvolti però in fasce che stringono come catene.


La politica non si muove molto, getta spesso accuse e non concorre a ridurre la disoccupazione, offrendo dei contratti ad hoc, ma rende sempre più forti i datori di lavoro.


Credo in fondo che stiamo assistendo ad una crisi della classe medio-borghese, che sta minando un po’ a tutti i livelli i precari equilibri e certezze della vecchia generazione sessantottina. Allora, bastava una piccola rivolta in piazza per smuovere le coscienze, oggi forse nemmeno una rivoluzione basterebbe per scrostare il vecchiume in politica e nelle istituzioni che regolano e governano.

Ciononostante, i giovani continuano a sognare di essere speciali, di trovare ancora una nicchia dove costruire un mondo migliore, anche se devono adagiarsi in un lavoro che blinda le emozioni, perché sentono in fondo che è una situazione temporanea, sebbene precaria, perché vogliono ancora credere che tutto possa cambiare.
E io sono con loro.

Paride Zandegł