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Sarah Palin for vice-president

 

Il debutto in società di Sarah Palin

 

WASHINGTON D.C. - Il Grand Olè Party non la finirà mai di ringraziare Sarah Palin, la vicepresidente che ha restituito un fresco alito di vento alla vela stracca della barca di McCain. Va detto che i Repubblicani ci stanno provando in tutti i modi ad affogare nel nulla del dopo Bush. Il discorso di Fred Thompson, franco e aggressivo, era stato l’unico punto di forza della Convention, a parte l’invitante menu degli ospiti a base di salmone alla griglia. Il voltagabbana Lieberman, Huckabee e Giuliani sono apparsi come spettri balbettanti con invettive sconnesse e hanno attaccato ancora il tema spinoso dell’esperienza politica di Obama, l’unico vero appiglio della vis polemica repubblicana. Ricorrente la citazione di Hillary Clinton, che accusava il suo avversario alla nomination democratica di non essere pronto a rispondere a una chiamata d’emergenza alle tre di notte. Un argomento debole, che tutti hanno ripreso ossessivamente provando così a ridicolizzare l’articolato programma di riforme sventagliato da Barack, definito una celebrità senza spina dorsale né capacità decisionale, un mero community organizer, un finto leader privo della necessaria esperienza come già dimostrato dalla tardiva e confusa reazione alla crisi georgiana. E l’investitura di Denver e dell’America democratica, stregata dal suo carisma? Nessuno pare ricordarsi della straordinaria ascesa del primo candidato nero alla Casa Bianca. Un leader nato, uno che dopo aver sconfitto il colosso Hillary a 47 anni è chiaramente pronto almeno quanto Bill Clinton prima di lui.

E la Palin? I guitti del Partito Repubblicano hanno aggredito i media di sinistra accusandoli di voler strumentalizzare la vita privata della nuova vice-presidente. Molto più corretto affermare che McCain ha voluto una candidata del genere proprio per strumentalizzarne appieno l’appeal mediatico. Guerra preventiva non solo come cavallo di battaglia della strategia politica (che oltre al non ritiro delle truppe dall’Iraq fino a quando non sia stata pronunciata la parola vittoria non prevede altri argomenti) ma anche in campagna elettorale dove la stampa diventa di sinistra ma i veri americani continueranno a far trionfare i valori della libertà votando per il partito dell’Elefante. La Hockey Mom parla bene, è decisa e convincente nei toni e nei tempi. Punta tutto sulla storia di McCain giovane pilota prigioniero in Vietnam (anche lei ha due figli arruolati nell’esercito), e glissa sapientemente sugli ultimi ventisei anni di vuoto spinto alla Casa Bianca o sulla missione democratica di ottenere la parità di stipendio tra i sessi. Spinge sulla necessità di attingere petrolio, magari trivellando in Alaska, mentre c’è qualche sprovveduto (tra cui Cindy McCain) che la definisce esperta di politica estera perchè l’Alaska è vicina alla Russia.

Sindaco di un paesino dell’Alaska e governatrice dello Stato da soli due anni, Sarah non ha altra funzione che quella di pitbull col rossetto al guinzaglio dell’anziano e acciaccato John. Una buona fetta (20%) dei presidenti americani e’ subentrata dalla vicepresidenza. La Palin non ci sembra certo il Lyndon Johnson che incombeva come un corvo sulle spalle di Kennedy ma un pensierino gli americani dovrebbero farcelo. Just in case. Per carità, donna in carriera e capace di decidere in fretta. Cinque figli dai nomi assurdi, un marito che pare il vicino della porta accanto, un bebè down e la diciassettenne Bristol già incinta e promessa sposa di un ragazzino. La super-famiglia bislacca degna di una sitcom alla Full House è servita, con tanto di morale buonista e patriottica: «I miei figli vanno in guerra come i vostri, sono una donna come voi e porto i ragazzi agli allenamenti di hockey (Hockey Mom), mi considero un pitbull col rossetto (non menziona il fatto che è stata vice Miss Alaska e che brutta certo non è) e mia figlia non abortirà perchè l’ho educata con i valori giusti (che McCain intende imporre al resto dell’America non cattolica)». Insomma, se i Repubblicani cercavano una star dopo l’uragano Gustav l’hanno trovata. Ma occhio, le strumentalizzazioni sono talmente smaccate che qualcuno potrebbe accorgersene, anche tra i repubblicani. Quelli che erano a Saint Paul pendono ancora dalle sue labbra. Un oratore brillante mancava ai repubblicani dai tempi di Reagan.

 

Daniele Chiti