Georgia, far scorrere un po' di sangue per portare a casa la Nato. E’ forse l’unica spiegazione all’attacco che la notte tra il 7 e l’8 agosto le forze armate della piccola repubblica ex-sovietica hanno sferrato contro l’orso russo. Un conflitto perso in partenza, ma non dal punto di vista mediatico, visto che mezzo mondo, ribaltando i termini della questione, si è apertamente schierato contro «l’aggressione della Russia al popolo georgiano».
L’attacco, diretto contro Tskhinvali, capitale dell’Ossezia meridionale, enclave russa in territorio georgiano, costa la vita a 1.500 civili; ma anche 150 soldati russi vi trovano la morte. Subito scatta la reazione di Mosca, veemente, che annienta in pochi giorni le forze armate georgiane: i russi riconquistano il territorio perduto, e penetrano in quello nemico sino a Gori, città strategica, spezzando in due la Georgia. Il 12 agosto, mentre l’esercito russo è sulla via che porta a Tblisi, giunge il cessate il fuoco, siglato grazie alla mediazione del presidente di turno dell’Unione Europea, Nicolas Sarkozy. I militari, sotto la pressione internazionale, danno vita ad un ritiro lento e incompleto.
Il 19 agosto, come da copione, la Nato condanna l’aggressione russa alla Georgia; ma il 25 il Parlamento russo riconosce l’indipendenza dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia, repubbliche filo-russe all’interno del territorio georgiano. E la stampa si scatena, mentre diversi paesi occidentali (Francia, Usa) minacciano sanzioni contro Mosca. Sarebbero giustificate?
La Georgia sin dalla fine dell’Urss (1991) ha mostrato il desiderio di avvicinarsi all’Occidente. Durante la presidenza di Zviad Gansakhurdia (1991-1992) Tbilisi rifiuta di aderire alla Csi e porta avanti una politica micro-imperiale ostile sia alla Russia che alle autonomie delle minoranze etniche presenti sul suo territorio. Così la Russia appoggia le rivendicazioni indipendentiste di ossezi e abkhazi, titolari ai tempi dell’Urss di regioni o repubbliche autonome; la secessione avviene grazie all’aiuto militare (non ufficiale) della Russia, e non è accettata dalla Georgia. Con il presidente Eduard Shevardnadze (1993-2004) Tbilisi cerca l’aiuto americano, che arriva con il Georgia train and equip program, una piano che porta nel Caucaso 200 militari istruttori a stelle e strisce. Dopo la «rivoluzione delle rose» (2002-2003) sale al potere Mikhail Saakashvili; con lui la Georgia si presta a fare da sponda caucasica al riposizionamento strategico di Washington in medio oriente.
Di qui la mossa di Saakashvili. È forte il sospetto che la dirigenza di Tbilisi abbia voluto un po’ di morti per chiedere a gran voce l’ingresso nella Nato, motivato dall’aggressività dell’orso russo. L’aggressione immotivata, la disfatta immediata che sa di ritirata strategica, sono l’amo che Saakashvili (e forse Washington) hanno teso a Mosca. Che ha abboccato. Una manovra machiavellica intrisa del sangue dei georgiani, ma in nome di un interesse reputato superiore: l’ingresso definitivo nel sistema di sicurezza occidentale.
Marco de' Francesco
16 settembre 2008, largamente basato sugli studi di Aldo Ferrari e Augusto Zulian