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L'ipnosi come terapia

 

L’ipnosi, storia  e impiego clinico

 


La storia dell'ipnosi nasce nell'antichità e si confonde con la magia, la religione, la stregoneria e lo sciamanesimo, dottrine che hanno in comune l'interesse per il mondo dello spirito e l'utilizzo delle  potenzialità della mente umana: gli antichi indù, fachiri e sciamani riuscivano a modificare o abolire la sensibilità al dolore e al calore con riti che, verosimilmente realizzavano una sorta di  autoipnosi, mentre non si possono escludere componenti ipnotiche nei racconti di  prodigi, incantesimi e guarigioni della storia antica.


Nel XVIII secolo, il medico svizzero Franz Anton Mesmer iniziò studiare e sperimentare l’ipnosi ed ipotizzò la sua origine nell’esistenza di un ipotetico  magnetismo animale. Nel 1841 James Braid iniziò ad analizzarne gli aspetti psicologici, ponendo le basi per il moderno studio scientifico della fenomenologia dell’ipnosi.

Successivamente, a Parigi Charcot, osservando i fenomeni di catalessi, immobilità  e apparente insensibilità degli stati ipnotici più profondi, liquidò  l’ipnosi   come una sorta di nevrosi sperimentale o uno stato patologico inducibile nelle persone isteriche.

Anche Freud utilizzò inizialmente l’ipnosi, ma in seguito decise di  abbandonarla. Si può quindi osservare come la storia dell’ipnosi ne ha condizionato pesantemente l’immagine: infatti, l’idea di un misterioso e non definibile magnetismo animale e quella di dell’ isteria sperimentale indotta giocarono un ruolo non secondario nel connotare l’ipnosi in modo negativo, contribuendo a creare forti pregiudizi e scoraggiarne lo studio e l’impiego clinico.

A questo si deve aggiungere l’immagine prodotta dalla cosiddetta ipnosi da spettacolo, gestita da istrioni o sedicenti maghi, la quale non poco ha contribuito nel passato a screditare l’ipnosi e suscitare diffidenza verso quella, che di fatto, è una valida ed interessante tecnica terapeutica. L’ipnotista da baraccone  infatti, per fare spettacolo e potersi guadagnare da vivere,  deve millantare un inesistente potere  di suggestionare, condizionare violentemente ed irretire le persone (non di rado suoi compari): la millanteria del potere personale  equivale ai  trucchi che usano i maghi, che non devono essere svelati  per non  perdere il lavoro. E’ tuttavia evidente come le millanterie degli ipnotizzatori da spettacolo abbiano contribuito non poco a creare i pregiudizi e impressioni negative sull’ipnosi.


Nel XX secolo l’ipnosi, pur nello scetticismo generale, ha subito una notevole evoluzione ed  oggi è chiaramente riconosciuta come una  tecnica terapeutica valida, ben definita, studiata scientificamente ed utilizzata in tutto il mondo. Il più grande contributo alla sua corretta definizione  ed evoluzione in ambito clinico  è stato dato dallo psichiatra americano Milton Erickson, senza dubbio il più grande studioso di ipnosi del XX secolo, al punto da essere stato soprannominato Mr. Hypnosis. Erickson a 17 anni fu colpito dalla poliomielite che lo immobilizzò a   letto per lungo tempo: tale sfortunata condizione fu l’origine del suo futuro interesse per l’ipnosi, inducendolo, nella lunga inattività della malattia,  a studiare attentamente le sensazioni del proprio corpo e a sviluppare  un profondo interesse per la struttura della comunicazione. Fu fondatore dell’American Journal for Clinical Hypnosis e delle tecniche indirette di ipnosi, oggi dette anche Ericksoniane. 


In Italia l’ipnosi è stata introdotta e sviluppata a partire dagli anni ‘50 da Granone, primario neurologo presso l’ospedale di Vercelli, dove fondò il primo Centro Italiano di Ipnosi Clinica Sperimentale (CIICS), attualmente con sede a Torino.  Erickson e Granone (1989), sostenevano, giustamente, che l’induzione ipnotica e l’impostazione terapeutica non potessero seguire rigidi schemi dottrinali e che la tecnica dovesse adeguarsi alle esigenze profonde di ogni singolo paziente: in altre parole, non è il paziente che deve adattarsi al protocollo dell'ipnologo, ma è il terapeuta che deve entrare nel mondo del paziente per guidarlo nel percorso terapeutico.  Questo atteggiamento  è senz’altro il più corretto, anche se molto più difficile ed impegnativo rispetto all’uso di protocolli standard.

Nel 1957 fu praticato il primo intervento  chirurgico in ipnosi, che contribuì a suscitare una certa curiosità scientifica per questa tecnica e i suoi campi di applicazione: il fatto di eseguire un intervento chirurgico senza anestesia  era infatti un evento così eclatante, de attenuare tutti i pregiudizi sull’utilità ed efficacia clinica dell’ipnosi; una situazione analoga si verificò negli anni ’70 per l’agopuntura, che riuscì a fare la prima breccia nei pregiudizi e nella resistenza culturale della medicina occidentale, proprio dimostrando di poter realizzare un’analgesia tale da consentire l’esecuzione di interventi chirurgici.


Finalmente nel 1958 l’American Medical Association riconobbe l’ipnosi come legittimo metodo di trattamento in medicina e odontoiatria, mentre, parallelamente alla nascita del CIICS,  si costituì in Italia l’Associazione Medica Italiana per lo Studio dell’Ipnosi (AMISI). Da allora l’ipnosi ha subito un continuo sviluppo scientifico ed oggi una grande mole di studi  è disponibile nella letteratura scientifica internazionale (oltre 9.000 pubblicazioni), rendenDo l’ipnosi una tecnica terapeutica di sicura e dimostrata efficacia.


Questa breve descrizione delle tappe fondamentali della storia dell’ipnosi permette di spiegare le ragioni della  diffidenza e dello scetticismo che ancora oggi essa ingiustificatamente suscita nei non «addetti ai lavori»; infatti l’ipnosi è stata per oltre due secoli erroneamente associata a meccanismi oscuri (sconfinanti nella parapsicologia) e fenomeni negativi (quali l’idea  della nevrosi sperimentale o della capacità di irretire le persone).


Il termine “ipnosi”, introdotto da Braid nella prima metà del secolo XIX, deriva dalla parola greca hypnos, che significa sonno: la ragione  della scelta di questo termine, oggi non più soddisfacente, deriva dal fatto che all’epoca l’ipnosi  era percepita soprattutto come catalessi, con le conseguenti manifestazioni di inibizione motoria e di apparente perdita di coscienza. Il termine stesso di ipnosi, ormai storicamente consolidato e difficilmente modificabile anche se inadeguato, ha a sua volta contribuito a una sua connotazione negativa, suggerendo che l’ipnosi equivalesse a perdita di coscienza, mentre è oggi  definitivamente chiaro che  l’ipnosi non ha nulla a che fare  con il sonno.


Nella terminologia tradizionale dell’ ipnosi sopravvivono ancora altri termini oggi non più soddisfacenti, quali il concetto di  “trance” (che ancora suggerisce elementi esoterici o parapsicologici) o di profondità dello stato ipnotico, che appaiono sempre più indefinibili e, conseguentemente, privi di significato.


L’ipnosi è parte della fisiologia della mente e della comunicazione e tutti i giorni succede di utilizzare inconsapevolmente elementi di tipo ipnotico: ad esempio, nell’innamoramento, nella comunicazione pubblicitaria, in quella politica, nell’abilità del venditore, nel guardare un film o leggere un libro con grande partecipazione, possono essere rintracciati elementi di quel modo fisiologico di funzionare della mente comprendente l’ipnosi. Per Erickson infatti  l'ipnosi è un influenzamento reciproco onnipresente, inevitabile tra gli interlocutori in ogni tipo di relazione, tanto da fargli concludere che «l’ipnosi non esiste, tutto è ipnosi» e che «l’ipnosi è sempre autoipnosi» (essendo una facoltà del soggetto che percepisce).


L’essenza dell’ipnosi  è costituita dalla potenzialità dell’immaginazione e dalla  manifestazione plastica della rappresentazione mentale: è un dinamismo psicosomatico particolare in grado di  realizzare una particolare partecipazione mente-corpo, attraverso il quale il soggetto riesce ad influire sulle proprie condizioni psichiche e fisiche.


Nell’ipnosi è di fondamentale importanza la giusta motivazione e potenzialità di apprendimento da parte del soggetto associata ad un buon rapporto interpersonale fra il soggetto e l’operatore: solo così è infattipossibile  consentire l’orientamento dell’ attenzione e dell’immaginazione verso gli obiettivi terapeutici. In altre parole, si tratta di una particolare e privilegiata modalità di comunicazione, in cui le situazioni immaginate vengono vissute consapevolmente e intensamente, quasi come se fossero reali: le immagini e le metafore utilizzate permettono di mettere in movimento il paziente,  portandolo a superare  pregiudizi, limiti e convinzioni errate, consentendo così di fare nuove scelte, elaborare nuove soluzioni e rimodellare i comportamenti. L’ipnosi non è quindi altro che  una forma particolare di comunicazione orientata al paziente su base verbale e non verbale, che nulla non ha nulla a che fare con il sonno.


L’ipnosi ha una ampia gamma di applicazioni cliniche che va dalla psicoterapia  alla ansiolisi e sedazione per interventi chirurgici ed odontoiatrici ed infine alla terapia del dolore e di diversi disturbi funzionali e neurovegetativi. In ambito anestesiologico, l’ipnosi è in grado di produrre rapidamente e senza farmaci una risoluzione dell’ansia e della paura ed una riduzione della percezione del dolore, consentendo di eseguire manovre invasive e piccoli interventi in anestesia locale, in uno stato di profondo e piacevole rilassamento. Di particolare vantaggio è il suo utilizzo in ambito odontoiatrico,  data l’elevata frequenza della  paura del dentista nella popolazione (oltre un terzo dei pazienti).

L’ipnosi può infatti consentire l’eliminazione dell’ansia, allontanare psicologicamente il paziente dall’ambiente dello studio, ridurre o abolire il fastidio dell’anestesia locale, indurre un grado variabile di amnesia delle fasi dell’intervento e mantenere una buona stabilità cardiocircolatoria;  può essere inoltre utilizzata per abolire il riflesso del vomito (pazienti che non tollerano gli strumenti in bocca, rendendo impossibile l’intervento) e di risolvere stabilmente la paura, che, in molti casi, origina da brutte esperienze con il dentista avvenute nel passato, anche in epoche remote (spesso nell’infanzia).


In conclusione, l’ipnosi è oggi una tecnica ben definita, efficace, assolutamente priva dei connotati che nel passato ne hanno pesantemente condizionato l’immagine ed è da considerare una forma di terapia a pieno titolo in ambito medico e psicoterapeutico. La possibilità di utilizzare le potenzialità dell’immaginazione creativa rende possibile interventi psicoterapeutici efficaci in tempi nettamente più brevi di quelli richieste da altre forme di psicoterapia, mentre la sua capacità di modulare l’attività somatica, neurovegetativa,  l’ansia e la percezione del dolore apre interessanti e molto promettenti prospettive nella terapia non farmacologica di molti disturbi e nella sedazione in ambito medico ed odontoiatrico.

 

 Enrico Facco