Giorgio Caballini, Federico Pellini, Vincenzo Sandalj

SPECIALE CAFFE'

IL BOOM DEI COSTI ARRIVA AL BAR

 

Il rialzo delle quotazioni potrebbe riportare il Veneto la «tazzina» a un euro

 

 

Dieci centesimi in più. «In Veneto, da 90 centesimi a un euro: una tazzina al costo di un quotidiano». Perché, secondo il conte Giorgio Caballini di Sassoferrato, presidente del “Gruppo triveneto torrefattori di caffé” (270 soci) e amministratore della Dersut Caffè Spa di Conegliano Veneto (Treviso, 14 milioni di fatturato, 3% del prodotto destinato all’estero e 30 dipendenti), «la situazione delle 49 torrefazioni venete è in linea con quella generale: e dall’esame dei bilanci 2009 delle prime 400 aziende italiane (su 703, per 7mila addetti, 3 miliardi di euro di produzione di cui 600 destinati all’estero) risulta che, senza adeguati provvedimenti, il 90% delle ditte chiuderà il 2011 in perdita. Variazioni dei listini sono inevitabili, ed è opportuno che i clienti (bar, caffè, ristoranti) provvedano al rincaro».

Tutta “colpa” del mercato speculativo. «Il 19 febbraio dell’anno scorso – continua il presidente - a New York (Csce, “Coffe, sugar and cocoa Exchange”, divisione indipendente del Nybot, “New York board of trade”) una libbra (453,6 grammi) di caffè era quotata 134 centesimi di dollaro; il 28 giugno 166; il 19 novembre 209; e ora il prezzo ha superato la soglia dei 230. Insomma, considerato il cambio euro-dollaro, una partita di 320 sacchi (60 kg ad unità) di “Santos”, a New York sarebbe costata 42.323 euro il 19 febbraio, 56.951 il 28 giugno e 64.871 il 19 novembre 2010. Da sei mesi, cioè, è in atto un movimento speculativo inarrestabile; la tensione sul caffè non scende, con prezzi vicini ai record di 13 anni fa. Anche perché dipendono, in larga parte, da future e option, “scommesse” che passano sopra la testa dei torrefattori».

Una situazione critica, secondo Caballini. «Un maggior costo in sei mesi – puntualizza – di 23.027 euro per una partita di “Santos” e cioè di 1,2 euro al chilo sul caffè crudo e di 1,5 sul tostato. Per una partita di 320 sacchi di “Robusta”, considerato lo stesso periodo, la differenza è pari a 8.705 euro, quindi a 0,55 euro al chilo sul tostato». Con riflessi pesanti su settore e clientela. «Un’azienda media – continua Caballini – che tratti 5mila sacchi di crudo all’anno, per due terzi “Arabica” e per un terzo “Robusta”, ha subito da febbraio 278mila euro di maggiori costi. Da qualche parte vanno ammortizzati. E bar e caffè non se la passano meglio: anche perché la tazzina di “espresso”, che negli anni scorsi in Veneto costava quanto un quotidiano, ora è ferma a 90 centesimi. Per fare due conti, un bar medio, due dipendenti e 210mila euro di incasso annuo (circa 700 al giorno), deve fare i conti con 60mila euro di costi fissi per il personale, 24mila per l’affitto, 9mila per l’energia, 5mila tra altre utenze, rifiuti e riscaldamento, 3mila per la contabilità e 5mila per le manutenzioni. Con un costo-merci di 73.500, ne restano 30.500 di margine lordo; un netto di 1.150 euro al mese, lo stipendio di un dipendente per uno o più titolari. Insomma, nuove spese finiranno per “rimbalzare” sull’avventore».

Inevitabile, anche per il vicepresidente Vincenzo Sandalj. «D’altra parte – afferma Sandalj – grazie alla concorrenza “spietata” tra torrefazioni venete e all’inflazione di bar (11mila in Veneto, su 157mila in Italia; fonte Fipe, federazione italiana pubblici esercizi) il prezzo al consumo della “tazzina” è fra i più bassi d’Europa; ma se non copre le spese di gestione, il barista dovrà adeguarsi». E non è solo colpa dei mercati. «I fondi di investimento – commenta Sandalj -, ora “long” su contratti di settore, enfatizzano squilibri tra domanda e offerta di materie prime; si pensi alla débâcle degli “Arabica lavati” colombiani, dovuta ad avverse condizioni climatiche, e al calo produttivo in certi paesi centroamericani. Alla fine, si “salvano” aziende di “nicchia”, e in Veneto non mancano; i grandi esportatori, perché l’estero ha un potenziale enorme; e chi produce porzionato, cialde e capsule: un mercato che cresce del 20% all’anno».

Ma c’è chi ha qualche dubbio sugli aumenti. «E’ l’intera filiera – chiosa Federico Pellini, ad di Pellini Caffè Spa di Bussolengo (Verona), 51 milioni di fatturato, 160 occupati, 7% la quota estero - dal produttore al consumatore, che deve accollarsi oneri straordinari, perché si mantengano elevati standard qualitativi. Ma con la crisi e il calo dei consumi, sarà difficile maggiorare i listini».

 

 

Marco de' Francesco

 

Sole 24 Ore NORD EST, 26 gennaio 2011