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Louis-Ferdinand Céline

 

Breve saggio su

"Viaggio al termine della notte"

 

Bardamu non approda in Africa retour d’orient, come un aristocratico alla ricerca della bellezza dei paesaggi esotici; e neppure è animato da interessi geografici o scientifici. Non è un esploratore né un missionario né un benefattore: l’Africa è nel suo immaginario un continente da fumetto, nel quale egli si ripromette di “trafiquer (…) des ivoires longs comme ça, des oiseaux flamboyants, des esclaves mineures”(1) .

Egli brama “l’Afrique la vrai, la grande; celle des insondables forêts, des miasmes délétères, des solitudes inviolées, vers le grands tyrans nègres vautrés aux croisements de fleuves qui n’en finissent plus”(2) – ambisce cioè al contenuto tipico trasmesso alle masse dall’apparato propagandistico che la Francia dei tempi, come d’altra parte la Gran Bretagna e l’Italia, aveva posto in essere per convincere persone abbastanza coraggiose a trasferirsi per un po’ in Africa, ma non per sempre.

Le colonie, d’altra parte, non avevano bisogno solamente di  coloni “stabili”; l’asprezza del clima pretendeva una certa selezione naturale, e la grande quantità di mestieri richiesti determinava una molteplicità di figure professionali, alcune delle quali necessariamente “a termine”.


Tuttavia, c’è qualcosa che segna una differenza ineluttabile tra Bardamu e i suoi compagni di viaggio, tutti funzionari coloniali e militari dell’esercito coloniale: egli appare diverso(3) ; e non solo da questo o da quell’ufficiale, ma dall’intera combriccola imbarcata sull’Amiral(4) in generale. Questa differenza, accettata in condizioni di normalità, e cioè secondo un ordinario decorso delle cose umane, diviene la molla di una trappola tribale non appena le cose si complicano, non appena dei fattori ambientali influiscono in modo concreto sullo spirito di conservazione della tribus e dei suoi appartenenti.

Accade che, superate le coste del Portogallo, “les choses se mirent à se gâter. Irrésistiblement, certain matin au réveil, nous fûmes comme dominés par une ambiance d’étuve infiniment tiède, inquiétante. L’eau dans les verres, la mer, l’air, les draps, notre sueur, tout, tiède, chaud. (...)”(5)


Questo ambiente specifico viene percepito come una anticipazione della malattia e della morte; la tribus conosce i rischi ai quali è esposta, e che costituiscono clausole del modello d’adesione che organizza il branco, parte del “contratto”, per così dire.

Le condizioni ambientali condivise, il rischio diffuso ma non spartito, sono vessilliferi di dolore e sofferenza, ma anche elementi unificanti, articoli fondamentali in termini di coesione. Ciò che Bardamu osserva non sfugge ai suoi compagni di viaggio, coloni di professione: “Dans cette stabilité désespérante de chaleur, tout le contenu humain du navire s’est coagulé dans une massive  ivrognerie. On se mouvait mollement entre les ponts, comme des poulpes au fond d’une baignoire d’eau fadasse. C’est depuis ce moment que nous vîmes à fleaur de peau venir s’etaler l’angoissante nature des blancs, provoquée, libérée, bien débraillée enfin, leur vrai nature, tout comme à la guerre.”(6)

 
Ecco dunque che, nel farsi della tribus, possiamo scorgere con chiarezza due elementi: la differenza e lo spirito di conservazione; in particolare, non c’è tribus senza spirito di conservazione, bensì esso è sempre la prima  e l’ultima luce del cielo tribale. Ed è in effetti l’emergenza della conservazione a far risaltare la differenza, che viene percepita come ulteriore pericolo e violentemente gettata fuori dall’ambito delle cose che possono essere accettate come “normali”.


Bardamu, peraltro, fa importanti considerazioni sulla natura umana in generale. “Étuve tropicale pour instincts tels crapauds et vipères qui viennent enfin s’épanouir au mois d’août, sur les flancs fissurés des prisons. Dans le froid d’Europe, sous les grisailles pudiques du Nord, on ne fait, hors de carnages, que soupçonner la grouillante cruauté de nos frères, mais leur pourriture envahit la surface dès que les émoustille la fièvre ignoble des tropiques. C’est alors qu’on se déboutonne éperdument et que la saloperie triomphe et nous recouvre entiers. C’est l’aveu biologique.” (7)


Le particolari condizioni climatiche di cui parla Céline  lavorano ai fianchi della tribus e di chi sente di appartenervi; quel che si leggerà tra le righe del testo céliniano è che, date certe condizioni ambientali comportanti un rischio concreto per il singolo e per la tribus, la natura umana si rivela nettamente per ciò che è, e l’uomo, insolente, menzognero e corrotto, si mostra tanto ossequioso e servile verso il potere riconosciuto, quanto zelante e velenoso verso colui che per un qualche motivo non appartiene a tale potere. Il potere è la tribus, e la tribus stringe i ranghi nella difficoltà; o meglio: è nel  disagio che il fenomeno della coesione degli appartenenti emerge con più evidenza.


Infatti Bardamu racconta che “…espion, suspect, on trova mille raisons pour me toiser de travers, les officiers dans le yeux, les femmes en souriant d’une manière entendue. Bientôt, les domestiques eux-mêmes, encouragés, échangèrent, derrière mon dos, des remarques lourdement caustiques”(8) .

E tanto più si procede innanzi verso il caldo molle, la solitudine opprimente, l’Africa “vera”, tanto più vacilla la mente dell’appartenente – tanto più il pericolo si fa concreto – quanto più si stringe il cerchio attorno al protagonista. La piccola comunità dell’Amiral Bragueton affila i coltelli al sole, apertamente, perché non sente la necessità di nascondersi: in mezzo al mare, isolata, essa è forte e solare, perché si scopre fonte esclusiva di diritto e di verità. E la verità è che, in determinate circostanze, la verità promana da essa.

“Je tenais” – concede Bardamu – “sans le vouloir, le rôle de l’indispensable ≤infâme et répugnant saligaud≥ honte du genre humain qu’on signale partout au long des siècles, dont tout le monde a entendu parler, ainsi que du Diable et du bon Dieu, mais qui demeure toujours si divers, si fuyant, quand à terre et dans la vie, insaisissable en somme”(9)  

 
Ma cosa rimprovera la tribus al nostro eroe? Nessuno lo conosce, ma ognuno trova qualcosa da ridire nei suoi confronti.(10) La circostanza della sua diversità e del suo isolamento a bordo giustificano qualsiasi calunnia.(11) Egli è la bestia, e in quanto tale deve essere sacrificato. Le cose si mettono infatti sempre peggio per il povero Bardamu(12)  : braccato a bordo dagli altri passeggeri, ha notizia di un piano per eliminarlo. La cospirazione, cui aderisce l’intero materiale umano della nave – comandante(13) compreso -, prevedrebbe un comune pestaggio e si esaurirebbe con il lancio del malcapitato fuoribordo. Una scena da film sui pirati.


Ma lì dove termina l’immaginazione dell’appartenente, minata ai fianchi dal pensiero semplice e da tutte le forme psicologiche dell’adesione, - proprio lì emerge, con forza, quella del singolo. Forse Bardamu non è un genio – ma è un uomo libero, e in quanto tale, cioè con la meravigliosa leggerezza degli uomini liberi, definisce la strategia che mena alla salvezza.

Con un colpo d’ala, con un unico coraggioso balzo oltre i limiti della banalità del male, la sua mente oppone appartenenza ad appartenenza, modello più vasto ed importante a modello di nicchia e che origina naturalmente e culturalmente dal primo. “Comment me prêter à moi, les sentiments d’une semblable perfidie? C’est trop d’injustice en vérité! J’en ferais capitaine une malarie! Comment? Moi hier encore défenseur de notre chère patrie! Moi, dont le sang s’est mêlé au vôtre pendant des anneés au cours d’innombrables batailles!”(14) – risponde Bardamu al Capitano Frémizon, chiamato dal branco ad officiare il sacrificio. La replica di Bardamu mira a smontare i fondamenti del pensiero tribale; la formula è predatoria, e lascia tutti al tappeto. L’appartenente, che si era caricato come una molla in vista della possibilità di demolire la bestia dal punto di vista etico, non può più nulla verso chi dimostra di non essere la bestia. “Io sono Francese” – vuole dire Bardamu, e cioè: io appartengo alla stessa entità di sangue dalla quale originate anche voi; la differenza che incarno ai vostri occhi è dunque relativa o apparente. “Io ho combattuto per la Francia” – dice espressamente Bardamu, che vuole intendere: io ho sostenuto lo spirito di conservazione di una tribus più vasta, dalla quale la vostra trae origine. Come posso, di conseguenza, rappresentare un pericolo per voi?

Con questa abilissima mossa Bardamu spiazza il nemico, che non può e non sa più dirsi tale. Egli vince, misurandosi con lo stesso strumento concepito per eliminarlo. Ma sua è l’astuzia, ed egli solo è padrone dell’azione…

 

 

 


(1) Luis-Ferdinand Céline, Voyage au bout de la nuit, Gallimard, Paris, ed. 1952, pag. 115.

(2) Ibidem.

(3) Ibidem pag. 116: “Moi, seul payant du voyage, je fus trouvé par conséquent, dès que cette particularité fut connue, singulièrement effronté, nettement insupportable”. 

(4) Ibidem. L’imbarcazione stessa, per altro, viene descritta, con potente ironia, come una testimonianza della fragilità delle cose umane: “Notre navire avait nom: l’Amiral Bragueton. Il ne devait tenir sur ces eaux tièdes que grâce à sa peinture. Tant de couches accumulées par pelures avaient  fini par lui constituer une sorte de seconde coque à l’Amiral Bragueton à la maniere d’un oignion. ”

(5) Ibidem.

(6) Ibidem.

(7) Ibidem, pag. 116.

(8) Ibidem, pag. 117.

(9) Ibidem, pag. 117.

(10) Ibidem, pag. 120: “Je me trouvais doté, méconnaissable, d’un troublant prestige”.  

(11) Ibidem, pag. 120: “Quand la haine des hommes ne comporte aucun risque, leur bêtise est vite convaincue, les motifs viennent tout seuls”. Si confronti questa bellissima frase di Céline con questa altrettanto felice espressione di René Girard: “il sacrificio è una violenza senza rischio di vendetta” (René Girard, La violenza e il sacro, Adelphi 1980, Milano, pag. 29).

(12) Ibidem, pag. 119:“Mon importance à bord croissait prodigieusement de jour en jour ”.

(13) Ibidem, pag. 120: “le Commandant du navire, gros malin trafiqueur et verruqueux, qui me serrait volontiers la main dans le débuts de la traversée, chaque fois qu’on se rencontrait à présent, ne semblait même plus me reconnaître, ainsi qu’on évite un homme recherché pour une sale affaire, coupable déjà...” 

(14) Ibidem, pag. 122.

 

da "I Seleniti", scritti tra il 1988 e il 2006

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