Il poeta è un mago e un sicario, e trova delle parole che uccidono il senso comune. Tutto muore sotto la penna del poeta: i più vasti imperi, i sentimenti più accesi e le epoche in genere. Benché la sua professione abbia di rado un qualche significato commerciale e difficilmente possa essere intimamente compresa e stimata dai coevi, la sua ambizione è la più vasta e potente che si conosca giacché un poeta, un grande poeta, è colui che, solo in mezzo al genere umano, riconosce tra tutte le cose quel materiale incombusto che può accendersi e consumarsi sotto l’imperio di una penna. Il potere della metafora e la volontà trasfiguratrice del genio non lasciano nulla di intatto ed intere categorie di cose e generazioni di persone passano e si consumano nello spendersi dell’inchiostro.
La sublimazione è la forma di morte più definitiva che si possa immaginare, e a tutti coloro che vagheggiano una forma di poesia radicata nel temporaneo, io rispondo che il poeta non fa cultura, ma se è grande, se è veramente grande, la fertilizza.
E’ questa consapevolezza che fa dire ad Ennio:
“Nemo me dacrimis decoret nec funerat fletu faxit. Cur?Volito vivus per ora virum” (1) .
Una terra che non ha conosciuto i poeti è una società vergine; ma quando una sola di queste mitiche creature appare, tutto è destinato ad essere riconsiderato senza quella primitiva innocenza e sotto il peso di una dolorosa consapevolezza. Non si scopre l’Uomo senza dolore.
Nell’arte in genere, la finzione della verità è più pura della verità, e noi non stimeremmo un granché il Caravaggio se avesse riprodotto nella “Vocazione di San Matteo” i colori e il contrasto naturali. Ci appassiona perché è drammatico, ed è drammatico perché è sapientemente artificiale. E’ artistico.
La progenie di un grande poeta è in genere malaticcia, rachitica e deforme. Ha contratto il virus, ma non ha beneficiato della trasmissione degli anticorpi. Il Petrarca, per esempio, ha prodotto diverse generazioni di handicappati, sulle quali, per fortuna, è calato pietoso il manto dell’oblio.
La grande poesia è soprattutto semplice. Se Leopardi avesse voluto stupirci con effetti speciali, che avrebbe potuto tranquillamente derivare dalla sua immensa cultura; se avesse, per esempio, scritto poesie in greco o in ebraico, oggi noi rideremmo di lui. Rimbaud può essere senz’altro scusato, per il solo fatto che la poesia è per lui oggetto, panorama e campo di battaglia senza i quali il soggetto non può essere neppure immaginato.
In conformità al suo ruolo di sicario, il poeta, come l’assassino, sceglie le modalità che preferisce. Non è necessario che si vesta da poeta, come fece il Carducci. Se non consideriamo Leopardi, c’è più poesia in alcune pagine di Lautréamont che in tutto l’Ottocento italiano.
Tutta l’arte è una questione di posizione. Gli attuali sofismi rappresentano il punto di vista commerciale, - il mondo visto con gli occhi dell’amministratore delegato. La semantica elementare, le metafore primitive e i paradossi infantili rispondono solamente ad esigenze di marketing, e costituiscono, oramai, soltanto una forma di specializzazione del linguaggio dei media. Questi sono l’unico mondo possibile, e perciò i principali canali mediatici si sentono investiti del dovere di selezionare ciò che può avere successo; il mestiere del critico, in fondo, è paragonabile a quello del controllore di qualità nei processi industriali.
Anche l’arte contemporanea ha una sua ragion d’essere. La sua decomposizione avverrà senz’altro in silenzio, con tutti gli effetti di una marea che si ritira. Ma poiché non siamo andati e non stiamo andando da nessuna parte, e giacché tutto ciò è alquanto innaturale, è possibile che l’umanità prenda, per reazione, una direzione dritta e finita (2) , segnata da qualcuno che non somigli a un Koons o ad un Hirst, e annunci con voce tonante la novella della resurrezione dell’arte.
Il poeta medio è perseguitato dall’ambizione di sopravvivere al proprio tempo (3) – anche quando non merita affatto tale privilegio. Il suo spirito è perciò quantitativamente più ricco, fremente, infantile e istintivo rispetto a quello dell’uomo di scienza che, inserito in un ambiente competitivo, percepisce più rapidamente i propri limiti. Tuttavia, poiché il genio è un evento miracoloso, e giacché il poeta medio è un meschino scribacchino che la Natura non ha punito con la focomelia, “grandissima possanza ha lo sdegno per chi invidiosamente cerca con alterigia e con superbia in una professione essere stimato eccellente, e che in un tempo ch’egli non se lo aspetti vegga levarsi di nuovo qualche bello ingegno della medesima arte, il quale non pure lo paragoni, ma col tempo di gran lunga lo avanzi” (4) . Ma poiché l’invidia è più forte dello sdegno, il cosiddetto ambiente artistico, seppur non più competitivo, è generalmente patetico.
(1) Ennio,
Epigrammata, “nessuno mi onori con lacrime né celebri le mie esequie col pianto. Perché? Io volo vivo sulla bocca degli uomini”.
(2) “E’ perché l’umanità non sapeva dove stesse andando che è riuscita a trovare la sua strada” Oscar Wilde, L’anima dell’uomo sotto il socialismo.
(3) “So long as man can breathe or eyes can see, / So long lives this, and this gives life to thee”. (Finché gli uomini respireranno o occhi vedranno, / fin tanto vivrà questa poesia, e questa darà vita a te). William Shakespeare, Sonetti, 18, trad. di Alessandro Serpieri. Ancora: “Ye do thy worst, old Time; despite thy wrong, / My love shall in my verse ever live young” (Ma fa’ pure del tuo peggio, vecchio Tempo; malgrado il tuo torto / il mio amore nei miei versi vivrà sempre giovane). Ibidem, 19. Ma anche “Amo todas las cosas, / y entre todos los fuegos / sólo el amor no gasta, / por eso voy de vida en vida, / de guitarra en guitarra, / y no le tengo miedo / a la luz ni a la sombra, / y porque casi soy de tierra pura / tengo cucharas para el infinito.” (Amo tutte le cose, / e tra tutti quanti i fuochi / solo l’amore non consuma, / per questo vado di vita in vita, / di chitarra in chitarra, / e non ho paura alcuna, / della luce o dell’ombra, / e perché quasi sono di terra pura / possiedo cucchiai per l’infinito) Pablo Neruda, Stravagario, Aquì vivimos, Edizioni Accademia, Milano, 1963, a cura di Giuseppe Bellini.
(4) Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani, da Cimabue, insino a’ tempi nostri, per i tipi di Lorenzo Torrentino, Firenze, 1550, Torrigiano, Scultor Fiorentino.
da "I Seleniti", scritti tra il 1988 e il 2006