Insulti, spintoni, sberle, pugni. Passano velocemente dalle parole ai fatti; agiscono in gruppo e giocano sulla paura dei loro coetanei impreparati, sul terrore di quegli attimi che impedisce di reagire. Se ne vanno con cellulari, lettori mp3, vestiti e scarpe firmate, orologi e qualche euro. Sono i nuovi bulli, le baby gang.
Ma chi sono in realtà questi ragazzi, che ambienti frequentano, quali famiglie hanno alle spalle? L’ufficio centrale per la giustizia minorile studia il fenomeno per capire cosa ci sia dietro queste bande metropolitane, ma è difficile rispondere poiché il fenomeno interessa non solo le periferie degradate, ma anche i quartieri bene. Dunque non sono solo adolescenti “randagi”, ma spesso si tratta di giovani che potrebbero tranquillamente acquistare ciò che rubano; ragazzi e ragazze che agiscono per combattere la noia, ingannare il tempo, provare forti emozioni e soprattutto vincere in gruppo l’ insicurezza.
In base ai dati Istat le denunce sul territorio nel 2007 sono state per il 72% a carico di ragazzi fra i 14 e i 17 anni. Comunque è un dato in costante diminuzione dal 2006 e che ha raggiunto il suo picco nel 2005 con 46.051 minori denunciati.
I reati commessi da giovani non perseguibili riguardano al 50% sia italiani che stranieri. Prevalenti sono i reati contro il patrimonio (58%), seguiti da quelli contro la persona (20%) e contro l’economia e l’ ordine pubblico - in maggioranza spaccio di stupefacenti (14%).
I reati contro la persona riguardano più il Sud e le isole, in quanto lì spesso i ragazzi , quasi sempre italiani (94%), sono coinvolti in organizzazioni criminali.
Il governo ha studiato un piano d’azione per prevenire e reprimere questi fenomeni, ma anche per recuperare le “devianze”. Prima di tutto prevede lezioni educative a scuola e nei punti di aggregazione tenute da esperti e da esponenti delle forze dell’ordine, nonché rivalutazione del tempo pieno a scuola con attività di aggregazione e socializzazione per il pomerigio, creazione di “luoghi di educazione al lavoro e al vivere civile” in sostituzione dei penitenziari minorili.
Sono inoltre fondamentali la presenza di assistenti sociali e il ruolo dei docenti per conoscere in tempo le situazioni di disagio familiare.
Infatti esaminando i percorsi che portano i ragazzini italiani dal disagio alla devianza emerge come i giovani criminali si configurino soprattutto come ragazzi senza punti di riferimento, senza famiglia, senza contesti sociali che trasmettano loro valori, senza modelli positivi da seguire.
“La scuola dunque deve insegnare ai ragazzi non solo le nozioni, ma anche l’arte del vivere nella società e di conoscere i codici di comportamento favorendo anche iniziative dirette di impegno sociale e solidarietà” (Il sole 24 Ore, 30 novembre 2000).
Importanti iniziative sono state prese a livello locale, soprattutto al Nord, in collaborazione fra scuole dell’obbligo, Università e Comuni. Ad esempio a Milano è nato il “Minotauro”, progetto di recupero di ragazzi sotto i 14 anni e a Roma il seminario “Bulli e pupe”, inventato per “smontare” il bullo. Spesso anche all’interno dei singoli quartieri operano associazioni; ad esempio nel distretto Sud-Est di Padova da oltre 3 anni collaborano docenti, psicologi, assessori comunali, polizia municipale, istituzioni religiose e società sportive, nel progetto “Bricola”, per studiare, prevenire e arginare il fenomeno Baby Gang.
L’obbiettivo che non si deve mai perdere di vista, e sul quale quasi tutti sono concordi, è che il giovane deve essere recuperato. In questo senso la pena detentiva deve essere residuale, deve essere l’ultima ratio. Molto più efficaci sono invece le pene configurate come “obblighi a fare” correlati con le violazioni commesse. Ogni caso deve essere valutato singolarmente per poter individuare la “parte buona” presente in ogni ragazzo su cui far leva per spingerlo a cambiare strada. Utopia? No. Provare per credere? Sì.