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Berlusconi a Canossa da Obama

La storia si ripete: come Enrico IV da Gregorio VII

 

Berlusconi va a Canossa

Ma è un mezzo flop

 


E' un leader dimezzato quello che si è presentato ieri sera a Washington da Barack Obama: un po' con il cappello in mano, un po' re mago, con la promessa cioè, di accollare al proprio Paese parte di quei guai dai quali gli Usa stanno cercando di liberarsi.

«L'incontro di Berlusconi con Obama ha offerto al leader italiano la possibilità di riabilitare la sua reputazione internazionale dopo lo scandalo relativo ai suoi rapporti con una modella diciottenne e di preparare il summit che si terrà il prossimo mese in Italia» - argomenta l'Associated Press. «I due leader - continua l'articolo - non potevano offrire uno spettacolo più stridente. Obama è un giovane e dinamico presidente con l'immagine di un uomo molto legato ai valori familiari e dotato di grande self-control - di qui il soprannome "Obama, no drama". E' molto ammirato all'estero, specialmente in Europa occidentale. Dall'altra parte Berlusconi, un mogul dei media e uno dei più ricchi uomini d'Italia, è piagato da procesi penali, accuse di conflitto di interesse, vistosi scandali e gaffes che fanno titoli di giornale; cose che lo hanno coperto di disprezzo negli altri paesi, ma che hanno inciso poco sulla sua popolarità in patria».

E in effetti Berlusconi non era stato invitato: si è auto-convocato a Washington nel mezzo dello scandalo Noemi - Villa Certosa, per far vedere ai nemici italiani e al mondo, confidando sulla sua vecchia amicizia con l'amministrazione Usa, che è ancora nel novero di quelli che contano su questo pianeta. Ma a Washington Bush non c'è più, e l'amministrazione Obama ha ignorato l'Italia in modo così palese che è impossibile non rendersene conto: il premier americano in Europa c'è già stato due volte, ma in Italia non ci ha mai messo piede. I suoi referenti in Europa sono la Merckel e Sarkozy; sempre solidissimo è il rapporto con il Regno Unito, nonostante le disgrazie di Gordon Brown; buona la relazione con la Spagna di Zapatero. E l'Italia?

Dopo dieci giorni dalla domanda di auto-invito (una cosa strana, che non si era mai sentita nei rapporti tra paesi occidentali: ricorda Enrico IV che si umilia a Canossa davanti a Gregorio VII) l'amministrazione americana concede il suo placet; ma per un'ora sola, come se si trattasse del re di Tonga o del presidente del Burkina-Faso. La motivazione di questa ulteriore mortificazione (che i colleghi di chi scrive non si peritano di sottolineare) non sta tanto nei recenti scandali che hanno indignato l'opinione pubblica americana, quanto nel fatto che l'establishment statunitense non vuole più riconoscere a Berlusconi un qualsiasi ruolo di statista. Più che le battute sulla melanina di Obama, hanno pesato su questa scelta il legame con Putin e la vicenda georgiana (lì però Berlusconi aveva ragione: si era trattato di tranello di Saakashvili e di Bush a Mosca) e l'ondivaga politica estera italiana sfociata, qualche giorno fa, nel grottesco spettacolo offerto al mondo intero con la "quattro giorni" di Gheddafi, che ha reso questo paese un palcoscenico personale per il dittatore libico. Quest'ultima iniziativa in Italia ha sucitato qualche malumore, ma all'estero, considerato il coivolgimento di Gheddafi nella rete terroristica, ha destato scalpore. «L'Italia chiude il capitolo del suo passato coloniale giovedì, con una specie di conferenza surreale tra Berlusconi e Gheddafi, due tra i più pittoreschi politici del mondo» - sentenziava il New York Times. Insomma, l'ansia del leader del Pdl di essere reputato un riferimento internazionale ha avuto consenguenze catastrofiche: l'associazione ideale tra l'ex terrorista di Tripoli e il capo del governo italiano.

L'incontro di ieri era del tutto sbilanciato. Da una parte un leader in ginocchio, dall'altra l'uomo più importante del pianeta. Lo staff di Berlusconi aveva studiato, nell'ambiente chimerico che si era creato a Palazzo Grazioli nei giorni dello scandalo, un'offerta che Obama non poteva rifiutare: più uomini a Kabul e soprattutto la deportazione in Italia di tre terroristi afghani in vista della chiusura della base di Guantanamo, sinistro carcere off-shore la cui reputazione è macchiata da abusi e torture sui prigionieri. Obama ha fretta di voltare pagina: vuole sganciarsi dal cul-de-sac della politica bombarola dei falchi del Congresso, e definitivamente dalle zone calde del mondo; meglio investire i soldi in patria, per curare l'economia americana dagli effetti della crisi. Berlusconi, in cambio, chiedeva soltanto una pacca sulla spalla: un gesto, per lo più rivolto ai media italiani, per far vedere che c'è ancora, e che il capo del mondo lo considera un amico. E Obama non si è smentito: da buon ex-genietto in diritto di Harvard, ha dato peso al lato pratico delle cose. L'offerta italiana vale centinaia di milioni di euro, che siamo chiamati a pagare per rimediare alle gaffes del premier: come poteva Obama rifiutare in cambio di... niente? Sì, perchè la sceneggiata era diretta ai media italiani. Si è dato gran rilievo, in Italia, ai colori di circostanza, alle frasi di rito, all'"amico" che Obama ha rivolto a Berlusconi e all'ora supplementare generosamente concessagli. Ma fateci caso: sui media dell'establishment Usa questa visita non è mai avvenuta. Invano cerchereste, sui siti del Washington Post, del New York Times o della Cnn, una sola riga sull'incontro. Neppure sulla pagina di Washington del Washington Post, che è pure un giornale "istituzionale". E' come se Sarkozy venisse a Venezia e il sito del Corriere del Veneto, il supplemento regionale del Corriere della Sera, non ne parlasse. Nulla, neppure una brevina. Il leader italiano non esiste più: fa notizia, in America, solo per i suoi scandali.

Peraltro, su certi aspetti di politica criminale bisognerebbe trovare una linea meno ipocrita: ma come? Tutto questo ambaradan sul fatto che i criminali stranieri devono essere cacciati, sulle ronde, sulla lotta agli scafisti e poi andiamo a prelevare all'estero tre terroristi imputati in un altro paese? Il premier se li tenga a Villa Certosa, i tre terroristi afghani. E' un gioco rischioso: siamo sempre più esposti con Al Queda, mentre gli altri paesi europei non ne vogliono più sapere. E i tanti italiani che lavorano in medio-oriente? Chi pensa ai pericoli che corrono? E quali sono le altre nazioni che hanno deciso di accollarsi i terroristi, oltre alla nostra? E' una lista di grande prestigio: Ciad, Iraq, Bermuda, Arabia Saudita e l'isola di Palau.

Ma la cosa più sconcertante è l'abisso che divide l'opinione pubblica mondiale da quella italiana. E' come se l'Italia non facesse più parte del pianeta: compare sulla stampa estera qua e là e solo in versione caricaturale, con i colori della variante aggiornata di "pizza e mandolino": bandana e veline. Un complotto internazionale? Guidato da Mario Draghi? Giudicate voi.

 

Marco de' Francesco

16 giugno 2009  

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