C'è qualcosa di aspro nel territorio dell'Alto Abruzzo. In una cosmografia veneziana del '500 viene descritto come «un paese assai montuoso, et aspro d'inverno così horrido per la tanta neve e ghiacci, come fosse regione di Germania». Le tempeste di neve e i pericoli di assideramento furono lo spauracchio delle soldataglie che attraversavano gli altopiani: nel febbraio del 1528 vi trovarono la morte 300 mercenari assoldati da Venezia contro Carlo V, e nel marzo dell'anno successivo 500 tedeschi del principe d'Orange. E poi i terremoti. Ce ne furono di memorabili, rispetto ai quali, fortunatamente, l'ultimo sembra poca cosa. Quello di Avezzano del 1915, ad esempio, sterminò 33mila persone.
La conformazione del territorio, la difficoltà per l'agricoltura, la vita nomade dei pastori hanno temprato, nei secoli, il carattere delle genti d'Abruzzo che, va ricordato, non hanno mai chiesto niente a nessuno. Ogni 50 anni, dopo il sisma, si sono rimboccati le maniche e hanno ricostruito con la pietra i meravigliosi borghi aggrappati alle pareti delle montagne. Ignazio Silone, grande scrittore di Pescina (già patria del cardinale Giulio Mazzarino), così descrive la sua terra e lo spirito dei suoi abitanti: «La condizione dell'esistenza umana vi è sempre stata particolarmante penosa; il dolore vi è sempre stato considerato come la prima delle fatalità naturali; e la Croce, in tal senso, accolta e onorata. Agli spiriti vivi le forme più accessibili di ribellione al destino sono sempre state, nella nostra terra, il francescanesimo e l'anarchia».
E bisogna dare atto agli abruzzesi che hanno saputo darsi da fare: l'Abruzzo è l'unica regione dell'ex Regno delle Due Sicilie che potrebbe campare anche con il federalismo. La bilancia dei pagamenti con altre regioni e con il resto del mondo è in attivo, e il reddito pro capite è nella media italiana. Forse anche per questo, gli italiani si sono aperti alla solidarietà: hanno pensato che gli aiuti non finiranno nel nulla, come è accaduto in occasione di altre catastrofi in Campania o in Sicilia. Ma è giusto che la trasparenza regni sovrana anche in questa occasione, e che la spesa dello Stato e dei cittadini serva per promuovere e non per ledere, per migliorare e non per distruggere. Mi riferisco agli interventi sconsiderati in Umbria e nelle Marche; in Irpinia e in tanti altri luoghi dove la macchina della ricostruzione è stata più devastante delle calamità naturali.
Ora, bocciamo subito un'idea: "L'Aquila 2" è una cretinata. In una regione che conta più turisti del Friuli Venezia Giulia e che ha grandi ambizioni grazie ai suoi meravigliosi borghi medievali, spianare tutto e fare palazzoni in cemento armato è un'idea quasi grottesca e destinata, se attuata, a provocare danni irreparabili non solo agli abruzzesi di oggi, ma anche a quelli di domani. La ricostruzione deve essere, esteticamente, filologica. Poi, è ovvio che le case debbano essere costruite secondo criteri antisismici, ma le due cose non sono affatto confliggenti. Si farà così? Ho qualche dubbio: in Italia quando scatta l'appaltone, è sempre il peggio ad emergere. Lo si è visto anche in tv: l'ospedale, la casa dello studente, strutture recenti che, in linea di principio, avrebbero dovuto resistere e costituire riparo per la popolazione; e invece sono state le prime ad accartocciarsi sotto i colpi di un sisma tutto sommato non così potente. C'è una mafia, in Italia, che ha sempre vinto: quella dei palazzinari. Occhio, dunque, alla ricostruzione, perchè i nostri soldi non finiscano nel nulla.