BELLUNO - Safilo, si apre uno spiraglio: l'azienda ha accettato di incontrare i sindacati il tre aprile per consentire loro di formalizzare le controproposte al piano di riassetto industriale del gruppo, che prevede la chiusura dello stabilimento di Precenicco (Udine) e il ridimensionamento di quelli di Martignacco (Udine) e Ormoz (Slovenia), con un taglio del personale pari a 780 unità in Friuli Venezia Giulia e 450 in Slovenia.
Il piano di salvataggio dei sindacati è invece così articolato e riguarda tutti gli stabilimenti della Safilo, compreso quello di Longarone: un patto di solidarietà che comporti la riduzione dell'orario di lavoro a sei ore; il prepensionamento dei lavoratori ai quali mancano meno di tre anni dalla pensione e lo spostamento in part-time per quelle donne che l'hanno richiesto in passato e alle quali non è stato concesso; e infine il trasferimento delle attività dello stabilimento di Ormoz a quelli italiani. Per i soli stabilimenti friulani, invece, sarà richiesto il rinnovo della cassa integrazione ordinaria.
«Il tre aprile - afferma Luigi Oddo della Uil friulana - sapremo la verità. E' chiaro che se non ci saranno aperture dai vertici aziendali e se confermeranno la volontà di delocalizzare in Cina, allora non ci resterà nient'altro da fare che scendere sul piede di guerra. Ma sono moderatamente ottimista: le nostre proposte sono realistiche». Gli fa eco Rudy Roffarè, segretario della Femca Cisl di Belluno. «Il solo fatto che l'azienda abbia accettato di incontrarci per discutere della sorte del gruppo - afferma Roffarè - va salutato positivamente. Finalmente si entrerà nel merito del piano di riassetto industriale».
Ma come vivono queste vicende i lavoratori di Longarone, formalmente esclusi dal novero degli esuberi? «Sanno bene - chiosa Roffarè - che la loro sorte è invece legata a quella del gruppo. Se l'azienda chiude in Friuli, poi toccherà a loro».