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Una perdita complessiva di 9,87 milioni di euro

 

Derivati, Comuni veneti nei guai

E forse la realtà è più pesante

 


Allarme derivati, i Comuni veneti ipotizzano perdite complessive per 9,87 milioni di euro. Lo afferma l’indagine conoscitiva delle sezioni riunite della Corte dei Conti sull’utilizzo degli strumenti di finanza derivata nelle pubbliche amministrazioni. L’analisi, presentata di recente alla Commissione finanza e tesoro del Senato, si basa sui dati trasmessi dagli stessi enti locali in rapporto ai bilanci di previsione 2008 e pone il Veneto ai vertici della classifica nazionale per indebitamento, secondo solo alla Campania (20,54 milioni di euro) e davanti al Lazio (7,22 milioni) e alla Lombardia (6,96 milioni).

Secondo l’indagine in Italia sono state rilevate operazioni di finanza derivata in 737 Comuni (387 quelli che ipotizzano un passivo e 79 quelli che non hanno fornito indicazioni) e in 40 Province (8 quelle che ipotizzano un disavanzo e 6 quelle che non hanno fornito dati); il totale delle perdite dei Comuni è pari a 69,38 milioni di euro e la quota maggiore (38,49 milioni) è ipotizzata dagli enti di maggiori dimensioni, quelli con più di 50mila abitanti. Il disavanzo delle Province, invece, non è ancora noto.

Sono tre le Province e 62 i Comuni veneti che hanno dichiarato di avere strumenti derivati in essere; delle prime solo una ha dichiarato perdite,  ipotizzate invece da 34 fra i secondi (3 non hanno risposto); anche in Veneto le passività dei Comuni sono concentrate per la maggior parte (7,92 milioni) negli enti di grandi dimensioni.

Va sottolineato tuttavia che solo il 53,9% dei Comuni italiani e il 58,1% di quelli veneti che hanno in essere strumenti di finanza derivata hanno rispettato l’obbligo previsto dalla Finanziaria 2008 di allegare al bilancio preventivo la nota relativa alle operazioni. «La nostra indagine – afferma Bruno Prota, presidente della Sezione regionale di controllo della Corte dei conti del Veneto – è ancora nella fase istruttoria, e tende anzitutto a realizzare una fotografia della situazione. Peraltro, il nostro controllo è valutativo e di collaborazione: una volta individuato un problema, cerchiamo di contattare l’ente per cercare di risolverlo».

Ma la realtà potrebbe essere molto più seria. «Ovviamente i dati della Corte sono corretti – afferma Nicola Benini della Ifa Consulting – ma si riferiscono solo allo scambio di flussi di cassa periodici tra le controparti nei contratti di interest rate swap, che applicano ad uno stesso capitale nozionale due diversi tassi d'interesse: uno fisso, stabilito alla data di stipula del contratto, e uno variabile, ridefinito ad ogni data di osservazione delle cedole. Ma le passività nei flussi sono poca cosa rispetto alle commissioni implicite sottese alle operazioni».

Nascoste nelle pieghe dei contratti, le commissioni costituiscono in parte il profitto della banca per la sottoscrizione dello swap, in parte una riserva per i rischi di controparte e di copertura. Ma quanto possono incidere sul valore complessivo e aggiornato del contratto? «Bisogna “smontare” lo strumento finanziario per comprendere il peso delle commissioni – continua Benini -; comunque, si stima fino all’80%; e poi i derivati sui tassi di interesse sono solo parte del problema, che contempla anche derivati di credito (che consentono di trasferire il rischio in ogni esposizione),  i sinking-fund (fondi di ammontare pari a quello di prestiti obbligazionari e che devono essere costituiti nel momento stesso in cui l’ente riceve il prestiti e che vengono accantonati per un lungo periodo) e le operazioni bullet (consentono all’ente di accumulare il capitale progressivamente, di anno in anno, in uno specifico fondo; l'ente deve disporre del capitale per restituire il prestito solo al momento del rimborso). Sono operazioni di ingegneria finanziaria molto complicate e pericolose per gli enti locali, che non sempre sono in grado di gestirle».

Ma allora qual è il vero indebitamento dei comuni veneti? «La sola Verona – dichiara Benini – è in passivo per 35 milioni di euro. Il dato regionale non è conosciuto, ma è di certo molto più rilevante di quello dichiarato».

 

Corriere del Veneto, 4 marzo

Marco de' Francesco