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Come la scure del rischio delle controversie legali influisce sull'atticità dei medici

 

Medicina difensiva, tre chirurghi su quattro la praticano

 


Paura di contenziosi legali, paura di eventi imprevisti nel corso dell’atto medico pericolosi per il paziente, paura di curare pazienti “difficili”: il 77,9% dei medici italiani, come i colleghi d’oltre oceano, lavora sotto la scure del rischio di controversie legali medico-paziente e pratica la medicina difensiva. È quanto emerso da un’indagine promossa dalla Società Italiana di Chirurgia (SIC) e presentata a Roma a fine dicembre.

“Preoccupata dal possibile evolversi del fenomeno della medicina difensiva nel nostro paese e del rischio ad esso connesso in termini di qualità di cura – ha spiegato il presidente Sic Enrico De Antoni - la Società di Chirurgia ha commissionato questa ricerca all'Università Cattolica. Il pericolo è che si arrivi a una chirurgia finalizzata a ridurre il rischio contenzioso piuttosto che a curare il paziente in modo ottimale”.

L’indagine è stata effettuata tra luglio e novembre 2008 ed ha coinvolto 1.000 medici, a cui è stato inviato un questionario sul tema tramite posta elettronica. Al questionario hanno risposto 307 medici, generando un tasso di risposta pari al 30%. La maggioranza degli intervistati ha un’età compresa tra i 43 - 52 anni (29,6%) e tra i 53 – 62 anni (47,7%). L’anzianità di servizio del campione, per lo più di medici specialisti (97,4%), dirigenti (42,7%) o direttori di presidio/dipartimento (52,6%), è medio-alta: da 21 a 30 anni il 31,1% e più di 30 anni il 43,6%; uomo il 94,4% degli intervistati; l’87,3% de campione lavora in un ospedale pubblico.

La fotografia scattata dall’indagine mostra che il problema della Medicina Difensiva è sempre più diffuso anche in Italia: medici intervistati dichiarano frequentemente prescrivono test, trattamenti e visite, od evitano pazienti o procedure ad alto rischio, principalmente allo scopo di ridurre la propria esposizione alle accuse di malpractice.

Ad avere più paura sono i medici più giovani che dichiarano in misura maggiore di adottare comportamenti difensivi: la percentuale di coloro che ammette di ricorrere ad atteggiamenti difensivi raggiunge il 92,3% all’interno della classe di soggetti che hanno tra i 32 e i 42 anni di età, contro il 67,4% dei soggetti aventi tra i 63 e i 72 anni.

Tra i medici che ammettono di aver assunto una condotta di tipo difensivo la pratica più diffusa risulta essere quella di inserire in cartella clinica annotazioni evitabili - che il medico avrebbe evitato di riportare se non fosse stato preoccupato per possibili problemi medico-legali (l’82,8%); invece il 69,8% afferma di aver proposto il ricovero di un paziente in ospedale, nonostante fosse gestibile ambulatorialmente; il 61,3% dichiara di aver prescritto un numero maggiore di esami diagnostici rispetto a quello necessario; il 58,6% dichiara di aver fatto ricorso alla consultazione non necessaria di altri specialisti, con quel che ne consegue, ovvero l’allungamento dei tempi per pervenire ad una diagnosi e ovviamente l’aumento delle spese sia per l’uso di un maggiore numero di strumenti diagnostici, quali esami, radiografie, ecografie, Tac, sia appunto all’uso di un maggior numero di consulenti, cosa che, sicuramente crea forti disservizi.

E non è tutto: il 51,5% degli intervistati afferma di aver prescritto farmaci non necessari; il 26,2% di avere escluso pazienti “a rischio” da alcuni trattamenti, oltre le normali regole di prudenza: il problema riguarda soprattutto l’ambito chirurgico e la motivazioni addotte sono il timore di un insuccesso e “il timore di sostenere una causa a seguito dell’insuccesso medesimo”.

Inoltre il 13,8% degli intervistati ha richiesto al paziente da una a sei volte procedure invasive (es. biopsia) non necessarie. Un’altra forma di medicina difensiva, attuata soprattutto dai medici di medicina generale, è quella di scaricare il paziente alle strutture ospedaliere, giustificando tutta una serie di richieste, di visite specialistiche, di ricoveri, di esami diagnostici e di accertamenti vari, con motivazioni che sono praticamente inesistenti o comunque poco plausibili, spesso etichettandole con il carattere dell’urgenza, quando invece di urgente non c’è assolutamente nulla. Questo di certo contribuisce ad allungare le liste d’attesa e si traduce, dunque, in un disservizio per tutti i cittadini.

Quanto alle motivazioni principali dichiarate dai medici per giustificare i comportamenti adottati l’indagine mostra che l’80,4% ha timore di un contenzioso medico-legale; il 65,7% risente l’influenza di precedenti esperienze di contenziosi a carico dei propri colleghi; il 59,8% ha timore di ricevere una richiesta di risarcimento; il 51,8% è influenzato da precedenti esperienze personali di contenzioso; il 43,5% esprime il timore di ricevere una pubblicità negativa da parte dei mass media.

“A giudizio di molti intervistati – hanno spiegato gli autori dell’indagine - la situazione si è aggravata anche in seguito all’introduzione del “Patto Quota-Lite” nel rapporto tra cliente e avvocato, ovvero di un accordo tra le parti che prevede che il paziente danneggiato possa pattuire con il professionista incaricato un compenso in misura percentuale del risultato ottenuto. Si ritiene che tale meccanismo possa indurre molti, che si ritengono danneggiati, ad intentare comunque una causa, in quanto, in caso di esito negativo del processo, rimarranno a carico del cliente soltanto le spese di giustizia anticipate per istruire la pratica”.

Determinante sembra essere anche la proliferazione di associazioni che ritengono di tutelare il paziente attraverso la concessione di consulenze gratuite, stimolando la presentazione delle denunce, ha concluso il professor Maurizio Catino.

“In questi ultimi anni registriamo un costante e progressivo calo di interesse dei giovani alla chirurgia – ha detto il professor De Antoni: le motivazioni sono varie, tra queste sicuramente ha un peso non indifferente il tema della responsabilità morale professionale e medico-legale. Infatti in questi ultimi anni abbiamo visto in costante aumento il contenzioso medico-legale non solo civile ma anche penale, quest'ultimo in controtendenza con gli altri paesi occidentali”.

“Il brillante lavoro svolto dai Docenti dell'Università Cattolica di Milano documenta con rigore scientifico un fenomeno per il quale da tempo avevamo, inascoltati, lanciato l'allarme – ha dichiarato il Professor Rocco Bellantone, Segretario Generale SIC - l'Italia si trova, unica tra i paesi occidentali, ad avere un sistema giudiziario per il quale la denuncia penale al medico è la norma. Il percorso penale che leggi apposite sull'atto medico rendono un fenomeno eccezionale nelle altre nazioni è diventato routine nel nostro Paese anche per motivi futili ed è spesso palesemente mirato a forzare un risarcimento”.

“Tale aberrazione porta ad un sovraccarico delle Procure per processi che nel 90% dei casi si risolvono in nulla e, di fatto, riduce e rallenta fortemente la possibilità di risarcimento per i cittadini considerate le lungaggini del nostro sistema giudiziario - ha aggiunto il professore. Questo stato di cose porta peraltro ad una situazione di estremo disagio da parte dei medici che, destinati 8 volte su 10 nella loro vita ad avere richieste di risarcimento o procedimenti giudiziari, lavorano senza la serenità necessaria a svolgere il loro delicato compito ed attuano quei comportamenti di medicina difensiva che costano somme enormi alla Stato e riducono efficacia ed efficienza.

“I Chirurghi Italiani non chiedono la depenalizzazione del loro operato – ha concluso il prof. Bellantone - chiedono di essere messi nelle condizioni di lavorare serenamente operando quelle scelte difficili ed attuando quelle terapie rischiose atte a dare guarigioni, senza l'incubo di sommari processi a posteriori. E chiedono che anche l'Italia, come gli altri Paesi con grandi tradizioni giuridiche, introduca nei Codici norme specifiche per l'atto medico atte a punire anche con maggior severità il dolo ma anche a diversificare i livelli di colpa in rapporto alla difficoltà insita in ogni atto medico. Riteniamo sia interesse di tutti i cittadini chiedere organismi più efficienti per il controllo di qualità in Sanità e nuovi organismi tecnici che gestiscano in maniera veloce e giusta l'attività di risarcimento, lasciando alla Magistratura il sommo ruolo che le compete di sanzione e giudizio sullo straordinario e contiamo, in questo, sul forte appoggio dei cittadini anche per bocca di quelle organizzazioni con cui condividiamo l'obiettivo comune di una Sanità efficiente ed efficace”. 

 

Alessandro Turri